Campi Bisenzio e la solitudine che chiamiamo privacy

Non siamo in un remoto villaggio tra le Alpi o gli Appennini. Né ci troviamo in una zona depressa. Lo scenario di questa tragedia è Campi Bisenzio, sobborgo industriale di Firenze, dotato di tanto di svincolo autostradale, tra l’altro dell’A1, lo snodo viario più trafficato d’Italia. Sembrerebbe il centro del mondo, alle porte di una delle città italiane più ricche di storia, meta per eccellenza del turismo internazionale.

Eppure, è proprio in questo contesto che un giovane, di 32 anni, morto, è stato sepolto in un una cassapanca situata all’interno dell’abitazione familiare. Scoperto solo pochi giorni fa, a causa delle segnalazioni dei vicini, allertati dalla puzza del cadavere in putrefazione. L’irruzione delle forze dell’ordine ha scoperto una storia di indigenza, di deprivazione materiale e sociale che riguarda la famiglia del giovane, morto in circostanze tuttora da chiarire. Sembrerebbe un romanzo di Stephen King, e invece ci troviamo nella periferia fiorentina.

La tragedia di Campi Bisenzio inquieta nel profondo, per le ripercussioni legate alla condizione della società italiana, nonché per la crisi che investe quella che viene ancora oggi considerata come l’istituzione cardine del nostro paese, la famiglia. La vita associata sembra contrarsi progressivamente, in nome del rispetto della privacy altrui e del bisogno di anonimato, talora salutare, vero e proprio contrappeso rispetto alla costante esposizione ai social networks e alla visibilità che una società autodefinitasi della comunicazione richiede.

Tuttavia, la sacralità della sfera privata e il dovere di non invadere i confini altrui, si manifestano sotto forma di paura, di indifferenza, di disinteresse verso gli altri, trainate dal crescente individualismo competitivo di stampo neoliberale. È proprio negli interstizi di questa ambiguità che allignano i comportamenti più imprevedibili e sconcertanti.

Campi Bisenzio segue la scia di episodi tragici, come quello verificato un anno fa a Traversetolo, quando si scoprì che una giovane donna aveva seppellito due figli nati da una relazione all’insaputa della famiglia e del compagno.

Senza che nessuno, a casa, in paese, ne sapesse alcunché. O come i recenti fatti di Chieti, coi piccoli tolti alla famiglia Trevaillon per le condizioni di vita precarie, utilizzando parametri di valutazione che coglievano aspetti legittimi ma parziali del problema, in quanto legati ai protocolli di intervento più che alle problematiche reali.

Il problema si pone con urgenza: dove finisce la privacy? Quando comincia, per le agenzie del controllo sociale, come le forze dell’ordine e i servizi territoriali, la possibilità di intervenire sulle dinamiche di un tessuto relazionale in teoria attraversato da legami affettivi?

Per rispondere a questa domanda, si rende necessario mettere in discussione il familismo italiano, retaggio di una subcultura cattolica che ha delegato all’istituzione familiare le principali funzioni, dal welfare alla socializzazione, che in altri paesi vengono svolte da altre agenzie, come la scuola o i servizi territoriali.

Valga l’esempio dell’Inghilterra, dove, malgrado i dissesti prodotti a partire dal governo Thatcher, i giovani, dall’età di 16 anni, puntano all’indipendenza economica e lavorativa, a cominciare dall’abbandono del nucleo familiare originario. Un’attitudine che fluidifica le relazioni, sociali, ma che in Italia, dove, come diceva Ennio Flaiano, il motto sulla bandiera dovrebbe essere “tengo famiglia”, fa fatica ad attecchire. E non soltanto nelle classi medie e popolari, ma anche in alto, come le vicende relative all’eredità che coinvolgono la famiglia Agnelli, ci insegnano.

L’istituzione familiare, per avere senso, va integrata all’interno di un sistema di relazioni sociali più ampio, preferibilmente pervaso da un sistema valoriale e progettuale tendente alla solidarietà, al mutuo soccorso e al sostegno reciproco. Se la dimensione collettiva si svuota, la famiglia rischia di avviluppare su sé stessa, di produrre chiusure verso l’esterno.

Da cui si generano tragedie come quelle di Campi Bisenzio o di Traversetolo. Oppure casi come quelli di Pietro Maso e di Erika e Omar. Dove la famiglia, lungi dall’essere il focolare attorno al quale di coltivano i valori di solidarietà e rispetto all’insegna dell’affetto, si manifesta in tutta la sua crudezza, sia per i rapporti di dominio e repressione, sia nella misura in cui si rivela, come è successo in Italia da mezzo secolo in poi, per essersi ridotta all’unità che veicola i valori del denaro e dell’edonismo.

La cosiddetta terza Italia esaltata dai sociologi, quella delle filiere e dei distretti produttivi, si rivela essere un deserto valoriale e progettuale, tenuto insieme da scopi puramente funzionali. La famiglia di Campi Bisenzio, da quanto trapela, era sganciata da queste filiere, e si reggeva sulla pensione lasciata dal padre, recentemente scomparso. In assenza dei legami orientati alla produzione e al mercato, scompare ogni forma di connessione intrafamiliare, con la conseguente deriva dei segmenti più marginali.

Si finisce per manifestare il rovescio della medaglia, ovvero la coltivazione di quel risentimento che poi si esprime attraverso il voto a destra, la domanda di sicurezza, la richiesta di ampliare le possibilità di accesso al porto d’armi, veicolando risentimenti e frustrazioni figlie della frammentazione sociale verso migranti, rom o LGBTQIA+.

Magari additando i giovani come il problema principale di questo paese, fino a lanciare campagne di stigmatizzazione imperniate sulle baby gang e a produrre decreti Caivano. Ma se questi sono i contesti familiari all’interno dei quali crescono i minori italiani oggi, come ci si possono aspettare degli esiti diversi?

Andrè Gide diceva: “famiglia, ti odio”. Non si deve arrivare a questo punto. Però, prima di convocare family day e di scagliarsi verso chi è portatore di stili di vita eccentrici, è necessario compiere qualche passo indietro e svolgere riflessioni molto più accurate. Per evitare il ripetersi di tragedie come quella di Campi Bisenzio.