Peter Arnett è morto ieri, 17 dicembre, a 91 anni, in California. È una notizia che obbliga a una doppia onestà: ricordare un giornalista che ha cambiato lo standard del mestiere, e dire che quello standard oggi viene celebrato soprattutto perché non fa più male a nessuno.
Arnett era “scomodo” quando era vivo. Da morto diventa spendibile: un santino buono per la retorica sulla libertà di stampa, proprio mentre la libertà di stampa viene addomesticata con metodi più raffinati di quelli che Arnett ha attraversato in Vietnam e in Iraq.
Arnett non è stato soltanto un volto. È stato una postura professionale. In Vietnam, per l’Associated Press, ha raccontato il conflitto con una libertà che fece infuriare l’establishment statunitense già nei primi anni, quando riportò ciò che ufficialmente non doveva esistere: il coinvolgimento operativo americano in un teatro dove si doveva parlare soltanto di “consiglieri”.
E poi, dentro l’offensiva del Tet, mise nero su bianco la frase che è rimasta come una condanna della logica bellica: “divenne necessario distruggere la città per salvarla”, spiegazione di un maggiore americano dopo la devastazione di Ben Tre. Quella non era una citazione ad effetto. Era il punto in cui la lingua ufficiale si tradiva da sola, e il giornalismo – quello vero – faceva il suo lavoro: togliere la vernice, lasciare il legno vivo.
Nel 1991, a Baghdad, Arnett fece un’altra cosa che oggi sembra appartenere a un’era geologica: restò. Restò mentre altri venivano allontanati, e raccontò in diretta i bombardamenti dal suo hotel, con una presenza che trasformò la guerra in una finestra aperta e simultanea sul mondo. Non era neutralità “comoda”, era esposizione: fisica, editoriale, politica. E in quello stesso contesto arrivò a intervistare Saddam Hussein.
L’intervista avvenne nel pieno della guerra, con tutte le mediazioni e i rischi del caso, e scatenò accuse di antipatriottismo. Ma la domanda giusta non era “da che parte stai?”, la domanda giusta era “perché dovremmo sapere soltanto ciò che dice la nostra parte?”. Arnett la pose con i fatti, non con le prediche: dimostrò che perfino il “nemico” è una fonte, e che un’informazione che rinuncia a conoscere l’altra parte smette di essere informazione e diventa racconto nazionale, versione autorizzata.
Oggi lo chiameremmo, con un eufemismo rassicurante, pluralismo. All’epoca si chiamava coraggio. Perché intervistare il nemico non significa dargli ragione. Significa togliere allo Stato – a qualunque Stato – il monopolio della narrazione. Significa impedire che la guerra venga venduta come un telegiornale a una sola voce: la voce di chi bombarda.

Ed è qui che il confronto con l’oggi diventa insopportabile per chi ama il giornalismo e non vuole fingere. Arnett viene celebrato in un’epoca in cui la guerra, sempre più spesso, è raccontata attraverso un accesso controllato: l’embedded come normalità, cioè il giornalista dentro un dispositivo militare che lo ospita, lo protegge, lo sposta, gli concede visibilità e insieme gli impone regole, vincoli, filtri.
È un sistema che ha motivazioni operative reali, ma produce un effetto politico potentissimo: sposta l’asse del racconto verso l’esperienza della truppa “nostra”, e rende più difficile, più raro, più rischioso tutto ciò che sta fuori dal perimetro autorizzato. Il giornalismo diventa dipendente dall’accesso, e l’accesso diventa la moneta con cui il potere disciplina chi racconta.
Arnett apparteneva a un tempo in cui si poteva ancora concepire che il reporter, per capire una guerra, dovesse guardarla da più angolazioni, non da una sola feritoia. Oggi, al contrario, la feritoia viene venduta come “privilegio”, e chi la mette in discussione viene trattato come un ingrato, o peggio come un sabotatore. È la forma moderna della censura: non sempre ti vietano di scrivere, più spesso ti tolgono il posto da cui puoi vedere.
Il paradosso è che la stessa dinamica si sta normalizzando perfino in democrazie che si autocelebrano come faro del Primo Emendamento. Nel 2025 la Casa Bianca ha rivendicato il potere di decidere quali testate facciano parte stabilmente del pool che copre il presidente, e lo scontro con la White House Correspondents’ Association è arrivato al punto che l’associazione ha ceduto il coordinamento dei pool, denunciando l’idea di un controllo governativo sul giornalismo indipendente.
Nello stesso periodo, l’Associated Press è stata esclusa da eventi e momenti di accesso privilegiato in un contenzioso legato a una scelta editoriale di nomenclatura, un precedente che sposta il baricentro: non si punisce un errore, si punisce un’autonomia. E anche al Pentagono si è discusso di “rotazioni” e riassegnazioni degli spazi che, al netto delle formule amministrative, hanno un messaggio semplice: l’accesso è revocabile, e chi governa può decidere chi sta nella stanza.
Questo non è un dettaglio di protocollo. È una questione culturale e democratica. Perché la libertà di stampa non è una dichiarazione di principio, è un ecosistema di prassi quotidiane: chi entra, chi vede, chi domanda, chi resta fuori, chi viene punito con l’espulsione dal giro “che conta”. Quando un presidente sceglie i giornali che possono stare nella stanza, non sta solo gestendo la comunicazione: sta definendo i confini del dicibile.
E allora sì, oggi è ipocrita piangere Arnett come monumento universale della libertà di stampa senza guardare lo specchio: Arnett sarebbe stato un problema proprio per il giornalismo che lo commemora. Avrebbe chiesto di parlare con l’altra parte, di attraversare la propaganda di casa propria, di pubblicare ciò che irrita i comandi, di rompere l’idea che “sicurezza” significhi silenzio o disciplina. Avrebbe ricordato che il patriottismo del giornalista non è stare dalla parte della bandiera, ma stare dalla parte del diritto dei cittadini a sapere.
Vogliamo davvero celebrare Arnett? Allora ricominciamo col giornalismo vero senza censure di Stato.



