In Repubblica Democratica del Congo il colera non è una riga nei rapporti delle agenzie: è una valanga silenziosa che travolge case, scuole, orfanotrofi. Dall’inizio del 2025 sono stati registrati oltre 64 mila casi e quasi 1.900 morti, di cui più di 14 mila bambini con centinaia di decessi. È la peggior epidemia degli ultimi 25 anni nel Paese.
Diciassette province su ventisei sono coinvolte, compresa la capitale Kinshasa, dove il colera finora era quasi solo un capitolo dei manuali medici.
Per capire cosa significa, basta una storia. In una casa famiglia della capitale vivevano 62 bambini. Quando il colera è entrato nell’orfanotrofio, nel giro di pochi giorni 16 di loro sono morti. Nessun “focolaio” astratto: corpi piccoli, già fragili per la malnutrizione, travolti da una malattia che, sulla carta, è considerata prevenibile e curabile.
È per episodi come questo che l’UNICEF parla di “epidemia devastante” e di un impatto sui minori che va oltre la somma dei numeri: scuole chiuse, famiglie decimate, bambini costretti a vedere genitori e fratelli morire per una diarrea acuta in un Paese seduto su una delle più grandi riserve d’acqua dolce del pianeta.
Le cause sono note da anni, ma raramente raccontate per quello che sono: non fatalità, ma scelte politiche. Secondo l’ultima indagine demografica e sanitaria, soltanto il 43% dei congolesi ha accesso ad almeno un servizio idrico “di base”, la percentuale più bassa di tutta l’Africa. Ancora peggio va per i servizi igienico-sanitari: solo il 15% della popolazione dispone di latrine sicure o bagni adeguati.
Il resto vive tra pozzi non protetti, acqua di fiume, scarichi a cielo aperto. In queste condizioni il vibrione del colera non ha bisogno di molto: una stagione di piogge intense che sommerge le latrine, una rete idrica danneggiata, un quartiere sommerso di rifiuti, ed ecco che l’epidemia riparte.
A est del Paese, nel Kivu e nelle province vicine, la malattia si innesta su un’altra crisi: quella dei conflitti e degli sfollamenti interni. La RDC è ormai da anni una delle capitali mondiali dello sfollamento forzato: milioni di persone costrette a lasciare villaggi e città per fuggire da milizie, eserciti, violenze diffuse.
Molti vivono in campi improvvisati, baraccopoli, insediamenti informali dove l’acqua arriva in taniche, le latrine sono buche nel terreno, i servizi sanitari sono una tenda con pochi farmaci. Qui il colera trova l’ambiente ideale per circolare: affolla una tenda, passa da un secchio d’acqua all’altro, arriva in scuole che sono diventate rifugi temporanei e in mercati dove migliaia di persone condividono le stesse fonti contaminate.
Kinshasa rappresenta un altro volto della crisi. La capitale è esplosa demograficamente in pochissimi anni, senza pianificazione urbanistica: quartieri periferici senza fognature, case ammassate su terreni che si allagano a ogni temporale, sistemi idrici colabrodo. Là dove il colera non era mai stato un problema, l’ignoranza della malattia e il ritardo nel cercare cure si traducono in tassi di mortalità più alti.
Non si muore solo per il batterio, si muore perché non si sa riconoscere il rischio, perché l’ospedale più vicino è distante chilometri, perché non esiste un rubinetto da cui bere acqua trattata.
In questo quadro, la risposta strutturale sarebbe scritta nero su bianco. Il governo ha adottato un Piano multisettoriale per l’eliminazione del colera (PMSEC) per il periodo 2023–2027, con un budget previsto di 192 milioni di dollari. L’idea è semplice: concentrare investimenti WASH – acqua, igiene, servizi igienico-sanitari – nelle zone storicamente endemiche, rafforzare i sistemi di sorveglianza, rendere stabile la risposta rapida.
La valutazione intermedia, però, è impietosa: il piano è gravemente sottofinanziato, i fondi arrivano a singhiozzo, il coordinamento tra i vari ministeri è debole. Mentre il vibrione corre, le tubature restano sulla carta.

Un capitolo particolare è quello del fiume Congo, la vera autostrada della vita economica del Paese e, allo stesso tempo, corridoio potenziale per il contagio. Per questo il governo ha lanciato l’iniziativa “Fiume Congo senza colera”: più controlli nei porti fluviali, obblighi minimi di igiene per le imbarcazioni, sensibilizzazione di equipaggi e passeggeri, punti di accesso all’acqua potabile lungo il corso del fiume.
È un tentativo di mettere un argine a una realtà che tutti conoscono: battelli sovraffollati, zero misure di disinfezione, acqua raccolta direttamente dal fiume e usata per bere, cucinare, lavarsi, spesso nello stesso punto in cui si scaricano rifiuti e feci.
Dal canto suo, l’UNICEF ha puntato molto sul coinvolgimento delle comunità: tra gennaio e ottobre 2025 oltre 13 milioni e mezzo di persone sono state raggiunte da informazioni su come prevenire e riconoscere il colera, da campagne radio fino alle visite porta a porta.
Le équipe di risposta rapida distribuiscono soluzioni per la clorazione dell’acqua, kit igienici, trattamenti reidratanti. Gli esperti lo ripetono da anni: se ci sono acqua pulita, sapone e sali per la reidratazione, il colera smette di essere una condanna a morte. Ma queste tre cose, per milioni di congolesi, restano un lusso.
Nel 2025, per la prima volta, il Paese è diventato anche laboratorio di un approccio diverso alle emergenze sanitarie: l’azione anticipatoria. In alcune zone, quando i sistemi di allerta segnalano un aumento di casi, piogge eccezionali o altri fattori di rischio, si attivano automaticamente piccoli fondi d’emergenza per intervenire prima del picco: clorare i punti d’acqua, rinforzare i centri di trattamento, informare la popolazione.
È un cambio di prospettiva importante, ma insufficiente se intorno non arrivano investimenti stabili nelle infrastrutture di base.
Il paradosso finale è tutto nei conti. Per eliminare il colera dalla RDC il piano nazionale stima necessari 192 milioni di dollari in cinque anni, cioè meno del valore di una singola grande concessione mineraria in alcune province orientali. In quelle stesse regioni vengono estratti ogni anno cobalto, rame, oro, coltan che alimentano le catene globali dell’elettronica e dell’auto elettrica.
Il mondo conosce la RDC per i minerali strategici; conosce molto meno il fatto che nel 2025 un quarto dei casi di colera riguarda bambini e che solo una minoranza della popolazione ha un bagno decente.
Quando l’UNICEF chiede al governo di aumentare gli investimenti in acqua potabile, servizi igienici e salute e, allo stesso tempo, fa appello ai partner internazionali perché finanzino la risposta rapida, sta dicendo una cosa molto semplice: la peggiore epidemia di colera degli ultimi decenni non è frutto del destino, ma di sottofinanziamenti cronici e priorità sbagliate.
E avverte che il flusso di fondi previsto per il 2026 è fragile: se non arriveranno risorse aggiuntive, molte attività rischiano di fermarsi e “molte altre vite potrebbero andare perdute”.
Dietro le cifre ci sono bambini che non vanno a scuola perché le classi sono diventate centri di trattamento, famiglie che perdono in pochi giorni l’unico adulto che portava a casa un reddito, interi quartieri che imparano la parola “colera” quando è già troppo tardi.
In un Paese così ricco d’acqua e di minerali, il fatto che la sopravvivenza di centinaia di migliaia di persone dipenda da una pastiglia per disinfettare l’acqua e da una latrina in muratura non è una fatalità. È una scelta politica. E come tale, può – e deve – essere rovesciata.



