In Somalia, la pace diventa un miraggio, sostituita da una carestia silenziosa e dilagante. Milioni di persone affrontano ogni giorno l’incubo della fame. Oggi sono 4,6 milioni gli individui che soffrono un’insicurezza alimentare acuta, e di questi ben 1,8 milioni sono bambini sotto i cinque anni, minacciati da malnutrizione acuta. La loro innocenza, affamata di latte e proteine, trova terreno fertile tra le cliniche semivuote e i dispensari che chiudono uno dopo l’altro.
Nel solo 2025, l’assistenza alimentare offerta dall’ONU si è ridotta della metà rispetto all’anno precedente. Circa 150 strutture sanitarie indispensabili per la somministrazione dei pasti terapeutici sono state chiuse, lasciando centinaia di migliaia di persone senza accesso ai servizi essenziali. Le immagini dei genitori che guardano i figlioletti scheletrici in ospedali sempre più disperati sono entrate nei nostri schermi, dietro i numeri e le statistiche.
Le radici di questa tragedia affondano in un mix mortale: due anni di siccità devastante (la peggiore da decenni), conflitti armati nell’est del Paese e inflazione galoppante. Ma non è tutto. La somma più drammatica è fatta anche dalla demagogia dei governi esteri, che con la mano destra promettono aiuto, e con la sinistra lo tagliano.
Casa per casa, raccolta dopo raccolta, migliaia di webcam umanitarie in Somalia registrano un fatto agghiacciante: l’apporto finanziario USA, una volta copiosa – con USAID che garantiva fino al 65% dell’assistenza – si ritira, innescando un domino. Save The Children ha già chiuso 121 centri nutrizionali, mettendo a rischio la vita di 55.000 bambini. Inclinandosi davanti alla sproporzione tra aiuti alla difesa e investimenti nel welfare, anche il WFP (Programma alimentare mondiale) taglia razioni e servizi decisivi.

Il governo di Mogadiscio e i suoi operatori sanitari lanciano allarmi: la fine di USAID a luglio, con i fondi trasferiti al Dipartimento di Stato, lascia incertezza. Nessuno sa quale aiuto arriverà davvero, né quando. Si parla di 1,4 miliardi di dollari richiesti, ma disponibili ne esistono solo 222 milioni: poco più del 15% del necessario.
Il risultato è che nei campi profughi, nelle baraccopoli alluvionate e nei villaggi ai margini del deserto, la povertà diventa un’abitudine. Un orrore quotidiano costato – nel 2022 – la vita a oltre 43.000 persone, e oggi cresce insieme alla rabbia e alla disperazione. La metà dei bambini sotto i cinque anni soffre di malnutrizione, e quelli gravemente malnutriti, da centro a est del Paese, potrebbero raggiungere quota mezzo milione entro l’anno.
In questo scenario, resta la domanda che nessuno osa più formulare: quale valore hanno le dichiarazioni di solidarietà se, nei fatti, si consumano tagli e ritardi? Se governi spendono più per armi che per bambini, quale garanzia di stabilità globale può esistere?
Per invertire la rotta servirebbe un cambio di passo su scala internazionale, con finanziamenti immediati ma soprattutto strutturali: potenziamento dell’agricoltura resiliente, sviluppo delle infrastrutture idriche, investimenti nella sanità pubblica e contrasto deciso agli oligarchi armati nel sudremo emergenza.
Finché però i riflettori si spegneranno sulle famiglie che chiedono pane e mutazione tecnologica, quella della Somalia resterà la carestia più invisibile e crudele del nostro tempo. Un dossier scandito da cifre che gridano e volti che nessuno vuole vedere.



