Leggi antispreco Ue: chi sfama davvero il cibo salvato

In Europa, nel 2025, c’è bisogno di una legge per dire ai supermercati una cosa che le nostre nonne avrebbero trovato ovvia: se hai cibo ancora buono, non lo butti, lo dai a qualcuno che ne ha bisogno. Serve una direttiva, un decreto, un allegato tecnico. E serve, soprattutto, un mare di ipocrisia per far finta che basti questo a risolvere insieme lo spreco alimentare e la fame.

Ogni anno nell’Unione europea si buttano via decine di milioni di tonnellate di cibo, l’equivalente di oltre cento chili a testa. Una parte è davvero scarto; una parte enorme è semplicemente cibo invenduto, prossimo alla scadenza, “brutto” da vedere, in eccesso rispetto alle capacità di vendita dei supermercati e delle catene di ristorazione.

Intanto milioni di persone dipendono in modo stabile o intermittente da aiuti alimentari. Due curve che non si incontrano se non in un punto: le food bank, le banche alimentari, diventate la stampella caritatevole del sistema.

Da qualche anno, però, le stampelle sono entrate nei codici di legge. L’Unione europea ha messo il tema dello spreco alimentare nel grande cassetto dell’economia circolare: dimezzare lo spreco pro capite entro il 2030, ridurre le perdite lungo la filiera.

Bruxelles ha pubblicato linee guida su come donare in sicurezza il cibo in eccedenza, ha provato a sciogliere i dubbi sul fisco, ha chiesto agli Stati di misurare il loro spreco e di fare piani di prevenzione. Ma non ha imposto a nessuno di regalare il cibo invenduto invece di buttarlo: quella scelta è stata lasciata alle capitali.

Così sono nati, in ordine sparso, i “laboratori” nazionali.

Il primo esperimento duro è francese: la legge Garot, del 2016. In Francia i supermercati sopra i 400 metri quadri non possono più distruggere il cibo invenduto ancora idoneo al consumo. Devono avere per legge una convenzione con associazioni e banche alimentari. Se non lo fanno, rischiano multe e, soprattutto, la gogna pubblica: “supermercati che preferiscono il cassonetto alle persone” è uno slogan che fa paura ai brand quanto qualsiasi sanzione.

La legge introduce anche una gerarchia d’uso: prima prevenire lo spreco, poi riutilizzare per consumo umano, poi, solo in fondo, animali, compost, biogas.

All’inizio è stato un trionfo. I banchi alimentari francesi hanno raccontato una vera impennata nelle donazioni: più prodotto fresco, più varietà, più attenzione dei retailer. Poi, con gli anni, è arrivata la normalizzazione. I supermercati hanno imparato a gestire meglio gli stock, a spingere ancora di più sugli sconti “–50% oggi, domani si butta”, a vendere tramite app il cibo quasi scaduto.

Risultato: lo spreco si sposta, si riduce una parte delle tonnellate buttate, ma diminuiscono anche certe eccedenze donate. Le organizzazioni caritative, che all’inizio avevano applaudito, oggi raccontano una realtà più contrastata: meno cassonetti pieni, sì, ma flussi più instabili, molto concentrati su prodotti industriali e sempre sul filo della scadenza.

Un altro laboratorio, meno raccontato, è la Repubblica Ceca. Dal 2018 i supermercati sopra i 400 metri quadri sono obbligati a donare il cibo ancora sicuro, anche se ha imballi danneggiati o ha superato il “da consumarsi preferibilmente entro”. Il ministero dell’Agricoltura finanzia le banche alimentari perché possano gestire il flusso aggiuntivo.

Sulla carta è perfetto: obbligo giuridico, soldi pubblici per la logistica, linee guida tecniche scritte insieme alle associazioni. Nella pratica, le donazioni non sono esplose: anche qui i retailer hanno imparato a ridurre il surplus con strategie commerciali, oppure preferiscono vendere scontato ciò che prima avrebbero regalato.

Nel 2025 si è aggiunta la Spagna, con una legge ampia che mette insieme doggy bag obbligatorie nei ristoranti, promozione della vendita di “frutta brutta” a prezzo ridotto e, di nuovo, la priorità al riutilizzo alimentare: prima il dono a ONG e banchi alimentari, poi la trasformazione in altri prodotti, poi mangimi, solo all’ultimo compost o biofuel. Anche qui sono previste multe importanti per chi si ostina a buttare cibo ancora consumabile.

“Food Bank For New York City” by Walmart Corporate is licensed under CC BY 2.0.

E l’Italia? L’Italia ha scelto una strada diversa, più democristiana: invece del bastone, un misto di carezze fiscali e semplificazioni. La legge 166 del 2016, la cosiddetta “legge Gadda”, non obbliga nessuno a donare, ma rende molto più conveniente farlo.

Chiarisce che chi dona nel rispetto delle norme igieniche non è responsabile se il prodotto, una volta consegnato, viene gestito male; snellisce le carte, rende possibile donare anche prodotti freschi, piatti cucinati, eccedenze agricole; prevede incentivi fiscali e un trattamento IVA più favorevole per chi regala invece di buttare. Il messaggio implicito è: se mandi il cibo in discarica, non puoi più dare la colpa al fisco.

Funziona? Dipende da cosa guardiamo

Dal punto di vista delle tonnellate, sì. Negli anni successivi all’entrata in vigore, il Banco Alimentare – che è la principale rete italiana – ha visto crescere le eccedenze recuperate di quasi quattro volte rispetto al periodo precedente. Oggi la sola Fondazione Banco Alimentare redistribuisce dell’ordine di 90–100 mila tonnellate di cibo l’anno, attraverso migliaia di strutture caritative, raggiungendo circa un milione e mezzo, quasi due milioni di persone.

Dietro quei numeri ci sono pacchi spesa, mense per senza dimora, parrocchie che tengono in piedi interi quartieri, famiglie che senza quel sostegno scivolerebbero ancora più in basso. In questo senso, la legge antispreco italiana è un successo: ha liberato un potenziale che era bloccato da paure e cavilli.

Se però alziamo lo sguardo, il quadro cambia

Le persone in povertà assoluta in Italia sono stabilmente intorno ai sei milioni. In un anno Caritas ne incontra e sostiene una quota, Banco Alimentare un’altra, altre associazioni fanno la loro parte. Anche mettendo tutto insieme, però, restano centinaia di migliaia, milioni di persone che non vedono mai arrivare un pacco. Una parte riceve sostegni regolari, una parte saltuari, una parte resta fuori da qualunque rete. Il sistema del dono allevia, non risolve.

Se allarghiamo ancora di più lo zoom al livello europeo, la proporzione diventa quasi grottesca. La rete delle banche alimentari dell’UE redistribuisce ogni anno qualcosa come poche centinaia di migliaia di tonnellate di cibo. Nello stesso periodo, in Europa si sprecano decine di milioni di tonnellate. Quel che passa dalle food bank è poco più di una goccia nell’oceano. Il resto continua a finire in discarica, negli impianti di biogas, nelle fognature, o viene “valorizzato” in modo che ha ben poco a che fare con il diritto al cibo.

Il punto, allora, non è se le leggi antispreco funzionano: qualcosa fanno, e senza di loro la situazione sarebbe peggiore. Il punto è che cosa stiamo chiedendo a quelle leggi di fare.

Se l’obiettivo implicito è evitare che i supermercati buttino via cibo ancora buono e farlo arrivare a chi ne ha bisogno, gli strumenti messi in campo – obblighi in Francia e Repubblica Ceca, incentivi in Italia, legge omnibus in Spagna – hanno dimostrato di spostare una parte consistente delle eccedenze verso il terzo settore. Se invece l’obiettivo è usare il recupero delle eccedenze per risolvere la fame e la povertà alimentare, siamo nell’illusione pura.

C’è un’altra ambiguità di fondo. Le banche alimentari nascono come risposta creativa a un doppio scandalo: da una parte lo spreco sistemico, dall’altra la povertà crescente. Con le leggi antispreco rischiano di diventare il modo ordinario con cui lo Stato delega a volontari e donatori la gestione di un pezzo di welfare. Più cresce la povertà, più cresce la retorica sul “valore del dono”, ma non necessariamente crescono salari e politiche sociali che permetterebbero alle persone di comprarsi il cibo da sole.

Lo si vede anche nei documenti europei: una parte consistente delle misure nazionali contro lo spreco si concentra su donazione e redistribuzione, una parte molto minore sulla prevenzione alla radice. È più facile finanziare qualche camion frigo e qualche magazzino per le eccedenze che mettere in discussione il modello di sovrapproduzione e iper-offerta su cui si regge la grande distribuzione. Il rischio è che il cassonetto diventi solo più pulito, non meno pieno.

Chi lavora ogni giorno nelle food bank lo sa meglio di tutti. Da un lato c’è la soddisfazione di vedere che le leggi antispreco hanno ridotto l’assurdo del cassonetto pieno dietro il supermercato e, in alcuni casi, hanno aiutato davvero a prevenire sprechi alla fonte. Dall’altro c’è la fatica quotidiana di gestire flussi irregolari, prodotti monotoni, cibo sempre troppo vicino alla scadenza, con richieste in crescita. E la sensazione, mai del tutto detta ma evidente, di essere diventati il paracadute sociale di un sistema che non ha alcuna intenzione di cambiare davvero.

Per essere onesti, le leggi europee sullo spreco alimentare non sono inutili, né sono la grande soluzione. Sono un compromesso: salvano una quota di cibo che altrimenti finirebbe bruciata o marcirebbe, danno un argomento ai supermercati per dire “noi facciamo la nostra parte”, danno alle associazioni qualcosa in più da distribuire. Ma non sostituiscono né un salario decente, né una politica alimentare che metta al centro il diritto al cibo, non il margine operativo lordo.

In Italia la legge Gadda è spesso presentata come “modello”. E in parte lo è: ha dimostrato che togliendo di mezzo paura del fisco e burocrazia si possono moltiplicare le donazioni. Ma basterebbe passare un giorno in un magazzino del Banco Alimentare per capire che non stiamo parlando di un lusso: stiamo usando la generosità dei cittadini e l’efficienza del volontariato per tamponare una frattura sociale che continua ad allargarsi, mentre nella vetrina delle istituzioni ci raccontiamo che la lotta allo spreco è la nuova frontiera della sostenibilità.

Nel frattempo, in tutta Europa, milioni di persone continuano a tirare avanti grazie a pacchi alimentari composti quasi sempre da prodotti di seconda scelta, residui di una catena produttiva pensata per vendere, non per sfamare. È un progresso rispetto al cassonetto pieno? Certo. È giustizia sociale? Molto meno.

E se vogliamo davvero combattere lo spreco, non basterà chiedere a supermercati e aziende di regalare quello che non riescono a vendere. Bisognerà iniziare a chiedere perché producono e mettono sugli scaffali così tanto cibo che non verrà mai comprato da chi, in teoria, doveva essere il cliente, e finirà nelle mani di chi, in pratica, non ha avuto abbastanza reddito per sceglierlo.

“MTA Delivers Employee Donations to Food Banks Throughout Service Region” by MTAPhotos is licensed under CC BY 2.0.