C’è un’immagine che racchiude perfettamente l’Europa del 2025: un funzionario che, mentre parla di “valori occidentali”, allunga la mano per frugare nelle tasche di un richiedente asilo. Non per cercare documenti, ma per controllare se porta un anello, una collanina, un oggetto qualsiasi che si possa rivendere per “coprire i costi della sua richiesta”.
È la nuova idea partorita dal Regno Unito — che poi tanto nuova non è, visto che l’hanno copiata dalla Danimarca — e che ora, con imbarazzante naturalezza, viene presentata come «misura di buon senso».
Sì, buon senso: perché quale società civile non sarebbe entusiasta all’idea di sequestrare i gioielli a chi scappa dalla guerra? Una collanina in meno, un bombardamento in più: pazienza. L’importante è che il contribuente britannico dorma sereno sapendo che qualcuno ha pagato di tasca propria per il privilegio di non morire.
Il ministro dell’Interno Alex Norris lo dice con una tranquillità glaciale: via i beni “non sentimentali”, a volte anche le biciclette elettriche, le auto, perfino le catene d’oro se non sono ricordi di famiglia. Basta che abbiano un valore: un rifugiato che arriva coi vestiti addosso è un essere umano; uno che arriva con un bracciale diventa immediatamente un conto corrente ambulante.
Ed è curioso che la distinzione tra gioiello di famiglia e gioiello sequestrabile debba farla un governo che della famiglia non sa nulla se non quando la usa come manganello elettorale.
L’operazione è chiarissima: trasformare i rifugiati in colpevoli preventivi. Se hai un oggetto di valore, allora non sei abbastanza povero per meritare protezione. Se non ce l’hai, allora sei sicuramente abbastanza povero, ma purtroppo non abbastanza utile. In ogni caso, perdi.
Tra una dichiarazione e l’altra, il governo britannico lascia filtrare che alcuni Paesi africani — Angola, Namibia, Repubblica Democratica del Congo — potrebbero subire sanzioni diplomatiche se non si riprendono i propri cittadini.

È il colonialismo versione 2.0: prima si sono presi le risorse, oggi rivogliono indietro le persone, purché senza problemi.
E se quelle persone scappano da persecuzioni, fame o instabilità create proprio da decenni di ingerenze occidentali, è solo un dettaglio che non entra nei comunicati stampa.
La ministra Shabana Mahmood parla di “forze oscure che fomentano rabbia sull’immigrazione”, e lo dice mentre firma una legge che farà esattamente quello: alimentare la rabbia, la divisione, il sospetto verso chi arriva con niente in mano se non la speranza di non morire.
Un capolavoro di ironia involontaria: per combattere le “forze oscure”, adottiamo misure oscure.
Chi prova a far notare l’assurdità dell’operazione — come il deputato laburista Tony Vaughan, che ricorda l’ovvio, cioè che riscrivere lo status di un rifugiato ogni 30 mesi rende impossibile qualunque integrazione — viene liquidato come ingenuo. In fondo, in tempi di cinismo istituzionale, parlare di integrazione è un atto quasi sovversivo.
Ci sarebbe poi la questione, mai detta ma sempre presente, del messaggio politico. Non è una misura pensata per funzionare: è pensata per punire. Per mostrare al pubblico che i poveri si possono colpire, che i rifugiati si possono disciplinare, che la miseria può essere usata come leva morale per fare consenso. È la logica del bullismo travestita da politica migratoria.
E così, un continente che ama ripetere di essere la culla dei diritti umani si ritrova a rovistare tra le cianfrusaglie degli ultimi della terra.
Altro che dignità: l’unica cosa che interessa è il valore di rivendita.
Quello che impressiona non è la crudeltà delle misure in sé — l’Europa ci ha abituati a ben peggio — ma la naturalezza con cui vengono dette. Come se fosse la cosa più ovvia del mondo chiedere a un uomo in fuga quante collane porta con sé. Come se la povertà fosse un peccato da espiare e non una condizione prodotta da guerre, disuguaglianze, accordi sporchi e confini chiusi.
C’è un momento, nelle parole del ministro Norris, in cui cade l’ultimo velo. «Non toglieremo i cimeli di famiglia al confine», dice. Come se la distinzione tra ciò che è prezioso economicamente e ciò che è prezioso umanamente potesse essere fissata da un modulo governativo.
Come se uno Stato avesse la competenza emotiva per stabilire cosa è un ricordo e cosa è un bene sequestrabile.
La verità è molto più semplice e molto più brutale: quando inizi a valutare un rifugiato in base a quanto puoi sottrargli, hai già smesso di considerarlo un essere umano.
È su questo punto che l’Europa — non solo il Regno Unito — dovrebbe guardarsi allo specchio. Perché chi arriva con le tasche vuote oggi non è più un profugo: è un potenziale debito. E chi arriva con qualcosa in tasca non è un sopravvissuto: è un potenziale finanziatore del proprio dolore.
È una logica perfetta, in fondo: non si butta via niente. Nemmeno la dignità degli ultimi.



