Francia-Algeria, il voto che cancella la memoria

Non si è ancora spento il brusio all’Assemblea nazionale francese dopo il voto del 30 ottobre. Per la prima volta nella storia della Quinta Repubblica, un testo proposto dal Rassemblement National — la formazione di Marine Le Pen — è stato approvato, sia pure per un solo voto: 185 contro 184. La risoluzione chiede la denuncia dell’accordo franco-algerino del 1968, il trattato che da oltre cinquant’anni regola i diritti di soggiorno e di lavoro degli algerini in Francia.

L’accordo era nato in un’epoca in cui la Francia aveva ancora bisogno della sua ex colonia. Nel 1968 gli algerini venivano in massa a lavorare nelle fabbriche e nelle miniere, e Parigi cercava una forma giuridica che normalizzasse un rapporto ormai segnato da due guerre: quella di indipendenza e quella, più silenziosa, del lavoro immigrato. Per decenni quell’intesa è stata la base su cui milioni di persone hanno costruito una vita, un equilibrio fragile ma reale tra memoria e necessità.

Il voto di giovedì lo rimette in discussione, e lo fa nel modo più brutale: come atto politico simbolico, privo di valore giuridico ma pieno di conseguenze. A sostenerlo, oltre al Rassemblement National, anche parte dei Républicains e alcuni deputati di Horizons, la formazione centrista di Édouard Philippe. Il campo macroniano, distratto o diviso, non ha retto. Così un gesto di propaganda diventa una decisione parlamentare e la Francia scopre che il cordone sanitario attorno all’estrema destra non esiste più.

Da Algeri la reazione è scontata: gelo, irritazione, accuse di “umiliazione diplomatica”. E il governo francese non ha fatto molto per smorzare. Il premier Sébastien Lecornu ha parlato di “rinegoziare” l’accordo “in base agli interessi francesi”, una formula che suona come un’eco addolcita delle parole di Le Pen. Tutto questo mentre il rapporto tra Parigi e Algeri era già al minimo storico dopo il riconoscimento francese dell’identità marocchina del Sahara Occidentale e dopo una serie di tensioni sul rimpatrio dei migranti.

Il risultato è che il voto sull’accordo del 1968 riapre un conflitto identitario più che diplomatico. Per la Francia, significa dire che la memoria coloniale è un fardello di cui liberarsi; per l’Algeria, che la sua indipendenza non è ancora pienamente riconosciuta. Nel mezzo, vivono quasi due milioni di persone con doppia cittadinanza o legami familiari, improvvisamente riportate dentro un lessico di “denuncia”, “rinegoziazione”, “privilegi da cancellare”.

L’accordo del ’68, nel bene e nel male, era un pezzo di realpolitik travestita da riconciliazione. Revocarlo non riscrive la storia, ma la risveglia. Dopo un anno di diplomazia gelata, il voto di ottobre è un nuovo colpo di freddo: la Francia che si vanta di fare i conti con il suo passato sembra ora volerli chiudere per decreto.

Di Vlada Republike Slovenije from Ljubljana, Slovenia – Premier dr. Golob na uradnem in prijateljskem obisku v Ljudski demokratični republiki Alžiriji, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=149000546