Più lavoro ma più disoccupati: il conto del governo Meloni

Settembre fotografa un’Italia che lavora di più ma non sta meglio per tutti. Istat dice +67 mila occupati sul mese e +176 mila sull’anno, tasso di occupazione al 62,7, disoccupazione che risale al 6,1 e quella giovanile che balza al 20,6, mentre l’inattività scende al 33,1: più persone entrano o rientrano nel mercato, spesso spinte dal bisogno.

È il conto — nel bene e nel male — delle scelte economiche del governo Meloni: incentivi al lavoro e taglio del cuneo da un lato, smantellamento delle tutele di ultima istanza dall’altro. Il risultato è un doppio movimento che la propaganda semplifica ma i numeri rivelano: cresce l’occupazione, sì, ma cresce anche la platea di chi cerca lavoro e non lo trova, soprattutto tra i giovani.

Il governo rivenderà il dato degli occupati, ma la risalita del tasso di disoccupazione e il 20,6 tra i ragazzi raccontano un mercato che assorbe male l’energia più fragile del Paese. Anche la “buona notizia” della crescita dei dipendenti stabili e del calo dei contratti a termine va letta senza euforia: contano gli orari, i salari, la qualità delle mansioni, non solo l’etichetta del contratto e non sappiamo ancora quanto ci sia di conversioni virtuose e quanto di mancati rinnovi stagionali.

La vera sfida, che oggi resta aperta, è trasformare questa maggiore partecipazione in lavoro dignitoso: salari che reggano l’inflazione, formazione, servizi per conciliare tempi di vita e lavoro, attenzione al Sud e alle giovani donne che continuano a pagare il prezzo più alto.

Se la politica si ferma al titolo “più occupati”, l’autunno sociale presenterà il resto del conto: precarietà che si ricicla in stabilità povera, giovani esclusi, piccoli salari schiacciati. È qui che si misura la serietà del governo: non nel numero nudo, ma nella capacità di fare del lavoro un diritto che emancipa, non un obbligo che lascia indietro chi ha meno.