Bastava evocare la tragedia di Gaza perché la Cgil ritrovasse d’un colpo la voce, i cortei, l’energia militante, persino la capacità di spezzare l’unità confederale per liberarsi del peso morto di Cisl e Uil. Ben venga, sia chiaro, ogni gesto di solidarietà verso una popolazione massacrata e dimenticata: è giusto, è doveroso. Ma non possiamo non registrare lo stupore.
Perché la Cgil che oggi scopriamo capace di mobilitazioni lampo e piazze oceaniche è la stessa che negli ultimi anni abbiamo visto arrancare, smarrire peso nelle trattative sui salari, firmare rinnovi contrattuali al ribasso, inseguire senza convinzione le vertenze precarie, perdersi tra tavoli tecnici e burocrazie ministeriali. Una Cgil in difficoltà, spesso descritta come “gigante stanco”, incapace di dettare l’agenda sociale.
E invece eccola qui, di fronte alla guerra, capace di rompere gli schemi. Laddove per mesi ha chinato il capo davanti all’inflazione che rosicchiava i salari, improvvisamente trova il coraggio di sfidare il Garante sugli scioperi, il Governo, e i partner confederali. Allora era possibile, vien da dire. Era possibile mobilitare, era possibile forzare la mano, era possibile perfino immaginare uno sciopero generale con un senso politico chiaro.
Non si tratta di negare la giustezza della causa — anzi, il dramma di Gaza merita tutta la solidarietà internazionale possibile. Ma resta l’interrogativo: perché la Cgil non riesce a trovare lo stesso slancio quando si tratta dei salari erosi, delle pensioni svalutate, delle condizioni del lavoro povero che attraversano l’Italia? Perché la mobilitazione unitaria è stata riservata a Gaza e non alle buste paga dei suoi iscritti?
Oggi si celebra una rottura: fuori Cisl e Uil, dentro i sindacati di base. Una scelta coraggiosa, certo, ma che racconta anche la crisi di rappresentanza interna: la Cgil riesce a ritrovare un’identità solo nel momento in cui si aggancia alla radicalità esterna, non quando guida davvero il terreno domestico della contrattazione.
“Allora era possibile!” suona come un atto d’accusa. Se lo era per Gaza, lo era — e lo è tuttora — anche per il salario, per il lavoro precario, per la sanità pubblica abbandonata. Resta da capire se la Cgil voglia davvero risvegliarsi, o se preferisca rifugiarsi, di tanto in tanto, in un gesto di solidarietà internazionale che la solleva dall’imbarazzo quotidiano di non riuscire a difendere chi, in Italia, la paga ogni mese con la tessera.



