Elezioni in Siria: esclusi nord-est curdo e Sweida

Dopo la caduta di Bashar al-Assad nel dicembre 2024, la Siria va alle legislative del 5 ottobre prossimo per insediare un’Assemblea del Popolo di transizione. È il primo vero banco di prova del nuovo ordine: per alcuni è l’inizio di una normalizzazione; per altri, il rischio che un sistema nato per chiudere mezzo secolo di autoritarismo si rimetta in moto cambiando linguaggio, non logica.

La cronaca internazionale racconta aspettative alte e paure profonde: entusiasmo per la fine del regime, angoscia per la rappresentanza delle minoranze e per l’ascesa degli islamisti nelle roccaforti del nord-ovest.

Il meccanismo di voto è complesso e, soprattutto, asimmetrico. Una quota importante dei seggi è eletta indirettamente attraverso collegi a più livelli; un terzo dell’Assemblea sarà nominato direttamente dal presidente ad interim Ahmed al-Sharaa; e alcune aree — il nord-est a guida curda e la provincia drusa di Sweida — restano fuori dal processo per ragioni di sicurezza e di frattura politica.

Non è un dettaglio tecnico: se intere comunità non votano o non hanno garanzie su eleggibilità, quote e controllo, la transizione nasce con una ferita di legittimità. Anche perché la Costituzione provvisoria limita i poteri dell’Assemblea e rinvia le scelte strutturali ai prossimi 24-30 mesi.

Le forze in campo disegnano una mappa accidentata. Attorno alla presidenza al-Sharaa si è coagulata un’area di potere che parla il linguaggio della “stabilità” e della riapertura diplomatica, mentre nella Siria nord-occidentale reti islamiste e conservatrici conservano capacità di mobilitazione e di governo locale.

Dall’altra parte, un universo di civici, secolari, reti professionali prova a trasformare l’attivismo in rappresentanza, chiedendo Stato di diritto e garanzie per chi è stato vittima del conflitto. Minoranze storiche — alawiti, cristiani, drusi — osservano il processo con timore: senza quote precise e senza sicurezza, la promessa di “Siria per tutti” rischia di restare una formula. I curdi rimangono in gran parte ai margini del voto: un dato che pesa su qualunque progetto costituzionale credibile.

“Ahmed al-Sharaa in April 2025” by Press Service of the President of the Republic of Azerbaijan is licensed under CC BY 4.0.

Al di là dei nomi, contano le questioni strutturali che l’Assemblea dovrà affrontare subito se vuole essere più di una scenografia: giustizia transizionale (detenuti, desaparecidos, tortura), restituzione delle proprietà e dei diritti abitativi (milioni di sfollati interni ed esterni), disarmo e integrazione dei gruppi armati, de-oligarchizzazione dell’economia di guerra, riapertura dei canali umanitari senza ricatti politici. Senza passi verificabili su questi dossier, nessun equilibrio parlamentare reggerà: il conflitto muterà forma ma non sostanza.

La dimensione sociale è la più urgente e la meno visibile nelle trattative tra élite. La Siria è un paese impoverito fino all’osso: redditi falcidiati, servizi collassati, infrastrutture minime.

Se la transizione diventa solo spartizione verticale di poteri — con seggi assegnati dall’alto e territori interi fuori dal quadro — i vinti della guerra (profughi, famiglie monoreddito, lavoratori informali) resteranno gli esclusi della pace. Una quota femminile minima tra gli elettori non compensa l’assenza di garanzie reali per donne e minoranze dentro le istituzioni; e senza la partecipazione curda, qualsiasi “nuova Siria” sarà incompleta e instabile.

Che cosa può chiedere la comunità internazionale — Italia ed Europa incluse — senza cadere nell’ingegneria dall’esterno? Poche cose, ma chiare: osservazione indipendente del voto dove possibile; trasparenza su criteri di eleggibilità e nomine presidenziali; tempi vincolati per l’avvio del processo costituzionale; impegni misurabili su detenuti, ritorni sicuri, ricostruzione dei servizi essenziali.

E una condizionalità onesta sugli aiuti alla ricostruzione: più diritti, più fondi; più esclusione, meno fondi. Solo così il 5 ottobre smette di essere una data simbolica e diventa l’inizio di una transizione sostanziale: inclusiva, plurale, verificabile. Altrimenti, cambieranno le facce al potere, non la logica del potere.

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