Maxi-retata Ice in Georgia, incidente diplomatico con Seul

La fotografia di oggi è un Boeing 747 pronto a decollare: Seul ha deciso di inviare un volo charter per riportare a casa circa 300 lavoratori sudcoreani rimasti impigliati nella più grande operazione d’immigrazione “single-site” nella storia dell’Homeland Security, scattata il 4 settembre al mega-impianto Hyundai–LG per veicoli elettrici nell’area di Savannah, Georgia.

Il governo parla di “rammarico e preoccupazione”, mentre il presidente Lee Jae-myung ordina una “risposta totale” e il ministro degli Esteri vola negli Stati Uniti per blindare rimpatri volontari che evitino il marchio della deportazione e i conseguenti divieti di re-ingresso.

A Ellabell, 475 persone sono finite in custodia: in maggioranza sudcoreani, ma anche altre nazionalità. Per i federali, molti erano presenti e impiegati illegalmente; per i legali, invece, una quota rilevante era composta da ingegneri e installatori arrivati per l’avviamento di linee e macchinari con ingressi B-1 o senza visto (Visa Waiver), prassi industriale discussa ma frequente quando si tratta di impianti hi-tech.

Il responsabile HSI Steven Schrank ha definito l’azione il culmine di mesi d’indagine, con mandato di perquisizione e sequestro documenti anche lungo la catena dei subappalti.

Sul perimetro aziendale, i tasselli si muovono: Hyundai sostiene che i fermati non fossero suoi dipendenti diretti; LG Energy Solution conferma 47 arresti tra il proprio personale e segnala centinaia di lavoratori dei contractor coinvolti. Nel frattempo, lavori e trasferte vengono congelati, mentre a Folkston (Georgia) si organizzano i trasferimenti in centro di detenzione in attesa d’istruttoria.

La Casa Bianca (e il presidente Trump) difendono la linea dura — “rispettate le leggi, formate lavoratori americani” — con la postilla che “i percorsi legali per tecnici stranieri restano aperti”. Ma l’effetto politico è già globale: la stampa economica registra allarme tra le multinazionali che dipendono da specialisti esteri per mettere in moto batterie e chip, mentre a Seul si parla di possibile rischio-USA per gli investimenti.

Il tempismo pesa: il raid arriva a poche settimane da summit, dazi ridotti e un pacchetto di investimenti coreani negli USA da centinaia di miliardi. Ora la diplomazia rincorre i fatti con una soluzione “onorevole”: charter per il rientro, tutela dei diritti dei fermati, impegno a fare chiarezza sui visti e — soprattutto — sui confini tra appalto e subappalto in cantieri che promettono posti di lavoro americani ma si reggono, nella fase di start-up, su competenze importate.

Nelle contee di Savannah e Bryan, verso l’Hyundai Motor Group Metaplant America, la vita continua tra nastri cantiere e promesse di sviluppo: l’assemblaggio auto è già partito, il battery hub HL-GA deve ancora completarsi.

Il paradosso è tutto qui: una fabbrica simbolo dell’industrial policy a stelle e strisce, bloccata su un tornante dove immigrazione, catene di fornitura e politica industriale si intrecciano. Per ora, la linea è questa: riportare a casa i tecnici, riavviare i cantieri, riscrivere le regole dei visti tecnici prima che la frizione diventi rottura.

By U.S. Immigration and Customs Enforcement (ICE), www.ice.gov. Please credit by saying “Photo Courtesy of ICE”. – Transferred from en.wikipedia to Commons by User:Logan using CommonsHelper., Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=16133898