Calabria, si vota con un macigno al centro: la povertà

Il 5 e 6 ottobre 2025 la Calabria torna alle urne in anticipo rispetto alla scadenza naturale della legislatura, dopo le dimissioni del presidente Roberto Occhiuto formalizzate l’8 agosto e il decreto di indizione firmato il 9 agosto. In corsa ci sono il presidente uscente Occhiuto, sostenuto dal centrodestra, e Pasquale Tridico, economista ed eurodeputato, candidato del “campo largo” progressista; sullo sfondo altre candidature minori. È una sfida politica classica, ma con un nodo che sovrasta il resto: la povertà. Non come parola d’ordine retorica, ma come condizione materiale che plasma lavoro, scuole, sanità, migrazioni interne e perfino la mappa del consenso.

La questione centrale: la regione più povera d’Europa (nei dati, non negli slogan)

La misura che l’Unione europea usa per prendere la temperatura sociale, l’AROPE (persone a rischio di povertà o esclusione), dice che quasi un calabrese su due rientra nella condizione: 48,6% nel 2023, il valore più alto tra tutte le regioni NUTS2 dell’Ue. Nello stesso anno, la grave deprivazione materiale e sociale tocca il 20,7%, con l’aumento più forte d’Europa rispetto al 2022 (+8,9 punti). E nelle famiglie a intensità di lavoro molto bassa la Calabria è a circa un quinto (20,9%) della popolazione 0–64 anni. Numeri freddi, effetti caldissimi: rinunce, arretramenti, opportunità che evaporano.

Se guardiamo all’assoluta (la soglia Istat che misura l’impossibilità di acquistare un paniere di beni essenziali), il quadro nazionale peggiora; in Calabria, la fotografia più stabile è quella della povertà relativa: 26,8% delle famiglie nel 2023, tra i tassi più alti d’Italia. Siamo oltre una statistica: è un ecosistema sociale che tende a riprodurre se stesso.

Il piano economico conferma il divario. Per la politica di coesione 2021–2027 la Calabria è classificata “regione meno sviluppata” (Pil pro capite minore del 75% della media Ue). I dossier europei e della BEI ricordano che qui il Pil pro capite resta ben al di sotto della media continentale (intorno a meno del 60% negli ultimi cicli), e l’etichetta non è simbolica: determina dotazioni e priorità dei fondi.

Perché la povertà qui è strutturale

Dietro agli indici c’è poco lavoro e lavoro fragile. Nel 2023, il tasso di occupazione 20–64 anni si ferma al 48,4%, quasi 27 punti sotto la media Ue (75,3%). Nel 2024 la Banca d’Italia rileva richiesta in crescita di integrazioni salariali (+33,8% di ore autorizzate Inps nel primo semestre) e consumi delle famiglie ancora deboli dopo la fiammata inflattiva del 2022–23. Segno che l’aggancio alla ripresa resta intermittente.

C’è poi l’emorragia demografica: saldo migratorio interno negativo, giovani che partono, spesso laureati. Le analisi Istat e Svimez parlano di un brain drain che alleggerisce oggi le statistiche sul lavoro ma riduce domani capitale umano, natalità e gettito. Nel 2025 i report e le cronache locali stimano flussi consistenti in uscita, con la regione che perde intere coorti under 19 in pochi anni. Tra i giovani NEET, la Calabria resta su livelli altissimi: 27,2% dei 15–29enni nel 2023 (vs 16,1% Italia).

Infine, c’è la qualità delle istituzioni e la pressione delle economie criminali. Gli studi (Banca d’Italia, Transcrime) spiegano come la presenza mafiosa distorca mercati e appalti, scoraggi investimenti, selezionare peggio le imprese: meno produttività, meno salario, più immobilismo. Non è “la” causa unica del ritardo, ma è un moltiplicatore negativo che in Calabria pesa.

Che cosa può fare (davvero) la Regione

Una nuova giunta non può cambiare da sola la struttura economica del Mezzogiorno, ma ha leve concrete:

Fondi europei e PNRR: accelerare la spesa è vitale. A metà 2025 sindacati e centri dati segnalano pagamenti PNRR in Calabria intorno al 13%, meno di altre regioni del Sud. Ogni mese recuperato vale cantieri, servizi, contratti. La Regione può sciogliere colli di bottiglia (progettazione, stazioni appaltanti, cofinanziamenti comunali) e concentrare le risorse su filiere che generano occupazione non stagionale (cura, scuola, manutenzione territorio, digitale applicato alle Pmi).

Sanità e servizi essenziali: la sanità calabrese è stata a lungo in commissariamento; nel 2025 si annuncia l’uscita, ma di fatto il percorso è ancora in via di completamento e lo stesso Occhiuto mantiene il ruolo di commissario ad acta mentre si avvia la campagna elettorale. Qui la Regione può incidere molto: riorganizzare reti ospedaliere e territoriali, ridurre mobilità passiva, assumere e stabilizzare personale, migliorare i LEA. È anche una politica anti-povertà: senza servizi vicini e affidabili, i redditi bassi diventano esclusione.

Istruzione e capitale umano: dispersione scolastica, nidi, trasporti studenti, ITS e formazione continua. Il FSE+ 2021–2027 e la Garanzia europea per l’infanzia offrono binari già finanziati; serve portarli a terra con bandi semplici e misurabili (tassi di presa in carico, tirocini di qualità, tutoraggio).

Legalità e appalti: protocolli con Prefetture e Anac, centrali uniche di committenza, tracciabilità rafforzata, sportelli per le imprese “pulite” che partecipano ai bandi. Qui gli effetti sul clima d’investimento sono più importanti della retorica.

Che cosa non può fare da sola: le responsabilità di Roma (e perché contano)

Molte leve-chiave stanno al Governo nazionale:

Salari e contrattazione. L’Italia è tra i pochi Paesi Ue senza salario minimo legale; i tentativi di introdurlo (9 euro lordi) sono stati respinti in Parlamento e il tema è di nuovo fermo. In regioni a bassa produttività e alta disoccupazione, l’assenza di un pavimento legale si traduce spesso in paghe effettive molto basse nei settori “deboli”. Politiche come cuneo contributivo e decontribuzione “Sud” fanno differenza qui più che altrove.

Trasferimenti e welfare. La sostituzione del Reddito di cittadinanza con Assegno di Inclusione e Supporto Formazione Lavoro ha ridotto la platea dei beneficiari “occupabili”; in Calabria la quota di famiglie che percepiscono l’AdI resta molto superiore alla media nazionale, segno di un bisogno strutturale. Le scelte nazionali su requisiti e importi disegnano direttamente la mappa della povertà regionale.

Sanità. Il finanziamento dei LEA e le regole dei piani di rientro sono centrali: se la coperta resta corta, il Sud e la Calabria scontano liste d’attesa più lunghe e mobilità passiva più cara. L’eventuale fine del commissariamento richiede comunque accordi con il Governo e verifiche sui conti.

E l’Europa? Opportunità e vincoli

L’Ue non “decide i salari”, ma decide la scala delle risorse. Classificando la Calabria tra le “less developed regions” garantisce più intensità d’aiuto (FESR/FSE+) e margini più alti di cofinanziamento. Con la programmazione 2021–2027 e la coda del PNRR, il flusso di fondi non è mai stato così cospicuo: scuola e competenze, transizione verde, digitale, reti idriche, rifiuti, ferrovie. Tuttavia, i fondi non spendono se stessi: serve capacità amministrativa, progettazione di qualità e continuità politica. Se la Calabria accelera — cantieri, servizi, capitale umano — la povertà si riduce per canali reali, non per decreto.

Che cosa dicono, in filigrana, gli indicatori

Mettiamo in fila i pezzi, dentro il discorso e senza “tabelle”: povertà/esclusione al 48,6%; grave deprivazione al 20,7% (in forte aumento); intensità di lavoro molto bassa al 20,9%; povertà relativa famiglie 26,8%; occupazione 20–64 anni al 48,4%; NEET 15–29 al 27,2%. Il Pil pro capite resta ben sotto la media Ue e la Regione è classificata stabilmente “meno sviluppata”. La fotografia è coerente: la povertà è il tema. Non uno dei tanti. Il tema.

Torniamo alle elezioni: possono risollevare (almeno un po’) la Calabria?

Una nuova maggioranza da sola non basta. Ma può fare tre cose che, sommate, spostano l’ago:

Spendere bene e in fretta i fondi (Pnrr e coesione), scegliendo pochi assi “ad alta occupazione” e rendendo trasparenti tempi e risultati. Oggi il ritardo esiste e si vede nei pagamenti: colmarlo è la prima manovra anti-povertà possibile in 12–18 mesi.

Rendere effettivi sanità territoriale, scuola e trasporti interni: se curarsi, studiare o spostarsi costa troppo, i redditi bassi diventano esclusione. Qui non servono slogan: servono delibere, personale, bandi, e un patto con i Comuni.

Alzare la soglia di legalità nelle filiere degli appalti e dell’indotto regionale: più concorrenza “pulita”, più produttività, salari migliori. Senza questo, ogni euro europeo rischia di piegarsi sulle rendite.

Il resto — salario minimo, cuneo, LEA, fiscalità — è politica nazionale (e in parte europea). Ma se la Regione fa la sua parte e Roma non rema contro, qualcosa si può vedere già nella prossima legislatura. Se invece la campagna si limiterà a slogan identitari (pro o contro il Reddito di cittadinanza, processi alle intenzioni sul commissariamento, guerra di simboli nelle liste) la povertà continuerà a vincere 3–0, a prescindere da chi governa.

La domanda finale, allora, non è “chi” ma “come”: le nuove elezioni porteranno un governo capace di trasformare fondi, servizi e legalità in reddito reale per i calabresi? Se la risposta sarà “sì”, anche di poco, lo vedremo nei numeri che contano: AROPE giù, occupazione su, NEET in calo, liste d’attesa ridotte. Il resto è rumore di fondo.