Primo Levi e Gaza: la memoria contro la logica della vendetta

Il 31 luglio 2025 ricorrevano esttamente 106 anni dalla nascita di Primo Levi. Nato a Torino nel 1919, sopravvissuto ad Auschwitz, testimone instancabile dell’orrore e scrittore di rara lucidità, Levi è una delle coscienze morali più alte del Novecento. Ed è proprio in un tempo come questo, segnato dal dolore e dal silenzio colpevole, che sentiamo il bisogno urgente di tornare a lui.

Genocidio, strage, carneficina. Chiamatela come volete: il conflitto in corso tra Israele e Hamas a Gaza lascia dietro di sé decine di migliaia di vittime, ferite civili e morali profonde, e una narrazione sempre più brutale, che costringe a scegliere da che parte stare. In questa polarizzazione esasperata, Levi sembra fuori posto. Eppure è proprio in questi contesti che il suo pensiero diventa necessario.

Primo Levi non si è mai lasciato trascinare dalla furia ideologica. Ha raccontato Auschwitz senza odio, mantenendo una compostezza morale che è diventata il tratto distintivo della sua testimonianza. Non ha mai cercato vendetta, ma verità. Ha descritto l’abisso senza rimuovere l’umanità, neanche quella dei carnefici, rifiutando la scorciatoia del disprezzo assoluto. Non per debolezza, ma per giustizia.

È per questo che in occasione dell’anniversario della sua nascita, Levi torna a interrogarci. Non possiamo evocarlo senza ascoltare davvero ciò che ci ha lasciato: la convinzione che la memoria serva a impedire la ripetizione dell’orrore, non a giustificarlo sotto altre forme. “Tutti coloro che dimenticano il loro passato, sono condannati a riviverlo”, scriveva. Ma il rischio oggi non è solo dimenticare, è travisare: usare la memoria come arma, brandire la Shoah come scudo politico, ignorare il dolore altrui perché non rientra nella nostra narrazione.

Nel disastro umanitario in corso, resta il dovere di testimoniare. Levi ci ha insegnato che la testimonianza non è mai neutra, ma non è nemmeno cieca. È consapevolezza, è empatia. Non si può invocare il suo nome senza farsi carico della sua eredità morale: stare dalla parte dell’umano, sempre, anche quando tutto intorno grida vendetta.

Levi difese Israele nei suoi momenti di fragilità, ma non fu mai cieco. Vedeva nella forza la necessità, non l’identità. E non smise mai di chiedere alla politica di restare umana. Non possiamo sapere come avrebbe commentato la strage infinita di Gaza del governo teo-fascista di Netanyahu o i pogrom del 7 ottobre dei tagliagole di Hamas, ma possiamo essere certi che non avrebbe gioito di nessuna morte. Né avrebbe accettato l’idea che la sicurezza di uno giustifichi la cancellazione dell’altro.

Nel suo modo mite e severo, Levi ci ha insegnato che la vera forza della testimonianza sta nella capacità di contenere la complessità senza cedere alla semplificazione. E oggi, in un tempo in cui tutto sembra spingere verso lo scontro frontale, il suo pensiero può offrirci un’altra strada. Quella della responsabilità, della dignità, della parola che non accusa per slogan, ma cerca di capire per cambiare.

Nel presente, segnato da bombardamenti e rappresaglie, forse non abbiamo bisogno di altri slogan. Abbiamo bisogno di parole come le sue. Parole che non assolvono né accusano per partito preso, ma che interrogano. Che ci chiedono: tu che guardi, che leggi, che reagisci, che posto hai nel dolore degli altri?

“Primo Levi in Library 1983” by Monozigote is licensed under CC BY-SA 4.0.