Trump e Coca-Cola: troppo zucchero fa male al cervello

Donald Trump ha deciso di intervenire sul sapore dell’America. O almeno così vuol far credere. Con un post su Truth Social ha annunciato che la Coca‑Cola tornerà a essere fatta “con vero zucchero di canna” negli Stati Uniti, per sua esplicita richiesta. “Ne ho parlato con Coca‑Cola, e loro hanno accettato”, ha scritto, attribuendosi il merito di una svolta epocale per la bibita più iconica del pianeta.

A stretto giro, l’azienda di Atlanta ha confermato… a metà: non ci sarà alcun cambiamento alla formula standard, quella venduta ovunque negli USA e prodotta con sciroppo di mais ad alto contenuto di fruttosio (HFCS), come accade dagli anni ’80. Coca-Cola lancerà una nuova versione alternativa, dolcificata con canna da zucchero, accanto alle altre sul mercato, senza eliminare l’originale. Insomma: Trump non ha cambiato la Coca-Cola. Ma ha fatto credere di poterlo fare.

Il gusto come strumento politico
Il caso è interessante non tanto per l’impatto sulla ricetta, quanto per la dinamica comunicativa. Trump ha trasformato una scelta aziendale in una vittoria politica personale, appropriandosi di un cambiamento commerciale marginale per rafforzare la sua narrativa: io difendo la “vera America”, con la vera Coca-Cola, contro le multinazionali, i burocrati del gusto e lo “zucchero globalista”.

E il guaio è che questa comunicazione marcia funziona. Il post è stato rilanciato da milioni di follower, mentre le testate più conservatrici parlano già di “Coke Liberation”. Il tema in fondo è secondario: l’importante è che sembri una vittoria, magari nostalgica, evocando gli anni ’50, lo zucchero “vero”, la bottiglia di vetro. Una strategia già vista: creare un problema, annunciare di averlo risolto, dichiararsi vincitore.

Ma perché proprio lo zucchero?
Dietro la mossa ci sono anche motivazioni economiche. Lo zucchero di canna non è prodotto in quantità sufficiente negli USA: va importato, ed è più caro. Il fruttosio di mais è invece abbondante, più economico, e ha garantito per decenni i profitti di molte aziende agroalimentari. Trump, scegliendo il “real cane sugar”, si rivolge quindi: ai nostalgici anti-globalizzazione, ai palati (spesso latini) che preferiscono la cosiddetta Mexican Coke, già fatta con zucchero di canna, e a un certo nazionalismo alimentare di ritorno, che considera il mais “troppo industriale”.

In più, la svolta “salutista” (molto relativa) rafforza l’asse con Robert F. Kennedy Jr., candidato terzopolista filo no-vax e fautore di una “salute sovrana”, con cui Trump strizza l’occhio a un’America diffidente verso le corporation farmaceutiche, ma attratta da simboli forti e zuccherati.

Il delirio del potere gustativo
Più che una questione di ricetta, è una questione di controllo. L’idea che un uomo possa modificare la formula della Coca-Cola con un post racconta molto della visione trumpiana della leadership: iper-personale, iper-mediatica, iper-semplificata.

Non serve essere davvero il presidente. Serve sembrare quello che decide tutto: dal muro col Messico al tipo di zucchero nella lattina. La politica performativa si nutre di queste micro-vittorie narrative: semplici, virali, immediatamente traducibili in slogan da stadio.

L’ultima frontiera dell’interventismo pop
Se domani Trump annunciasse che la pizza va mangiata con il ketchup, o che la carbonara è più buona con i wurstel, troverebbe senz’altro qualcuno pronto a credergli. Del resto, se oggi può cambiare la Coca-Cola, chi potrà impedirgli domani di correggere anche l’Amatriciana con il bacon al posto del guanciale?