Abbiamo letto con grande entusiasmo – ironico, sia chiaro – le mirabolanti cifre diffuse sull’Eurofighter Typhoon. Milioni di ore di lavoro, miliardi di Pil, migliaia di posti occupati in Europa: insomma, una festa dell’economia bellica travestita da progresso industriale. Ci siamo quasi commossi all’idea di un’Europa unita nel produrre caccia supersonici che porteranno benessere e prosperità.
Poi, però, ci è venuto un dubbio. Una di quelle domande scomode che guastano le celebrazioni.
E chi vive sotto i voli degli Eurofighter? Chi li sente arrivare, non come simbolo di progresso, ma come presagio di morte? Chi conta i morti, le macerie, le vite spezzate dopo ogni “intervento chirurgico” per la sicurezza globale?
Da qui siamo partiti. E il bilancio cambia completamente faccia.
Ce lo raccontano come un volano per l’economia, come un esempio virtuoso di collaborazione europea. Ce lo vendono con le solite parole patinate: crescita industriale, posti di lavoro, innovazione tecnologica. Ma l’Eurofighter Typhoon, a conti fatti, è soprattutto una macchina di morte. E i numeri lo dimostrano.
Secondo stime indipendenti, solo negli ultimi anni l’uso degli Eurofighter in teatri di guerra come Yemen, Siria, Iraq ha prodotto almeno 4.000-5.000 vittime civili dirette. Uomini, donne, bambini cancellati da bombardamenti “chirurgici” che, nella realtà, lasciano solo macerie e corpi senza nome.
Dietro ogni contratto da miliardi di euro, dietro ogni statistica che celebra il Pil in crescita e l’occupazione industriale, ci sono città distrutte, scuole ridotte in cenere, famiglie spezzate. Ogni Eurofighter prodotto, venduto e utilizzato porta con sé un conto in vite umane che nessuno vuole pagare, ma che intere popolazioni pagano ogni giorno.

Crescita economica al prezzo del sangue
Il programma Eurofighter – ci dicono – genererà fino a 90 miliardi di euro di Pil in dieci anni e sosterrà quasi 100.000 posti di lavoro all’anno in Europa. Ma a che prezzo? È una crescita che si alimenta di distruzione. È economia di guerra travestita da progresso.
Si parla di sovranità tecnologica, di difesa comune, di dual use civile e militare. Ma la realtà è una sola: mentre in Italia si chiedono sacrifici ai pensionati, ai lavoratori, alle famiglie, si continuano a pompare miliardi nelle fabbriche d’armi. Miliardi che producono profitto per pochi e guerra per molti.
Le guerre moderne: remote ma devastanti
Gli Eurofighter non combattono guerre difensive sul nostro territorio. Bombardano popolazioni già stremate, in guerre asimmetriche dove l’Occidente porta alta la bandiera della “stabilità” e dei “diritti”, ma scarica bombe su chi ha già perso tutto. Yemen, Siria, Iraq sono solo gli ultimi esempi.
Dietro ogni raid aereo c’è un costo invisibile: intere generazioni senza futuro, senza scuole, senza ospedali, costrette alla fuga o alla militanza armata per sopravvivere.
Un’economia che produce solo disuguaglianza
La retorica della crescita industriale da difesa è una menzogna. Non crea benessere diffuso, ma arricchisce un’élite di appaltatori e aziende pubbliche/semipubbliche che vivono di commesse statali e conflitti permanenti. E questa dipendenza economica dalla guerra diventa struttura del sistema.
Nel frattempo, i salari reali in Italia sono crollati del 7,5% dal 2021, la pensione diventa un miraggio oltre i 67 anni e i bonus casa vengono tagliati. Ma per i caccia supersonici, i soldi non mancano mai.
La vera domanda: chi pagherà il conto umano?
Un Eurofighter costa oltre 100 milioni di euro. Ma il costo sociale e umano che genera è incalcolabile.
A chi giova davvero tutto questo? Alla sicurezza dei cittadini europei o ai bilanci delle industrie belliche?
Chi protegge davvero il futuro dell’Europa: i lavoratori, le famiglie, i giovani o chi produce armi da esportare nei conflitti globali?
La risposta è sotto gli occhi di tutti. Solo che pochi vogliono guardarla.



