Madri invisibili: il suicidio è la prima causa di morte

Tra il 2011 e il 2019, in Italia, la prima causa di morte materna tardiva – cioè entro un anno dall’esito della gravidanza – non è stata un’emorragia, né una complicanza da parto. È stato il suicidio. A certificarlo è l’Istituto Superiore di Sanità attraverso il sistema nazionale di sorveglianza ostetrica ItOSS, che monitora i decessi materni per valutarne cause, frequenza e prevenibilità.

Un dato drammatico, strutturale, che ha portato alla revisione della Linea guida “Gravidanza fisiologica”, presentata a Roma ieri, 24 giugno.

Nel documento aggiornato si raccomanda, per la prima volta in modo sistematico, l’inserimento dello screening per depressione e ansia in ogni bilancio di salute in gravidanza e fino a un anno dopo il parto. Ma non solo: la Linea guida chiede l’organizzazione di una rete integrata tra ostetricia, salute mentale, servizi sociali e centri antiviolenza.

Perché una donna non si ammala solo nel corpo: può ammalarsi nel silenzio della solitudine, nella vergogna di non sentirsi all’altezza, nella violenza taciuta, nella fatica mentale che nessuno ha saputo leggere in tempo.

Una sofferenza sommersa
Secondo i dati raccolti dallo studio ItOSS, il 60% delle donne che si sono tolte la vita entro un anno dal parto aveva una storia psichiatrica pregressa. Tre su quattro non erano state identificate come a rischio dallo staff ostetrico.

La depressione perinatale, spesso minimizzata come “normale malinconia post-parto”, è in realtà una condizione clinica grave, con punte di disperazione profonda che possono degenerare in gesti estremi.

Il punto è che il modello assistenziale tradizionale non era preparato a gestire il disagio mentale con la stessa sistematicità con cui rileva la pressione arteriosa o misura la circonferenza dell’addome.

Eppure, l’Organizzazione Mondiale della Sanità lo dice da anni: la salute mentale materna è parte integrante della salute materna, e il parto non è il capolinea del rischio, ma spesso il punto più fragile.

Non solo ansia e depressione
Il suicidio è solo la punta dell’iceberg. Ogni anno, migliaia di donne sperimentano sintomi di depressione, ansia, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbo bipolare o psicosi post-partum, senza ricevere un supporto adeguato.

La vulnerabilità è ancora maggiore se alla condizione psichica si sommano fattori sociali di rischio: povertà, giovane età, isolamento, recenti migrazioni, barriere linguistiche. A tutto questo si aggiunge una piaga ancora troppo diffusa: la violenza in gravidanza, che secondo l’OMS riguarda una donna su quattro.

In questi casi, la gravidanza non è un tempo felice, ma un campo minato. E i professionisti della nascita – ostetriche, ginecologi, pediatri – diventano spesso le uniche figure a cui una donna può confidare un dolore nascosto.

È per questo che la Linea guida aggiornata insiste sull’approccio “centrato sulla persona” e sulla formazione continua del personale, non solo clinica ma anche relazionale.

Disparità che uccidono
Oltre al suicidio, i dati mostrano che le probabilità di sopravvivere a una gravidanza non sono uguali per tutte. Le regioni del Sud Italia hanno tassi di mortalità materna quasi doppi rispetto a quelle del Nord.

E circa la metà dei decessi analizzati dal sistema ItOSS è stata giudicata “evitabile”, con un migliore coordinamento tra i servizi, una diagnosi tempestiva, una risposta più rapida.

Non è quindi solo una questione sanitaria: è una questione di giustizia. Giustizia territoriale, giustizia sociale, giustizia di genere. Nessuna donna dovrebbe morire – o togliersi la vita – per essere stata lasciata sola proprio nel momento in cui il sistema dovrebbe proteggerla di più.

Un nuovo paradigma
La proposta dell’ISS non è una riforma tecnica: è un cambio di paradigma. Prevede almeno otto bilanci di salute durante la gravidanza, non solo per valutare lo sviluppo fetale ma per garantire il benessere emotivo e relazionale della donna.

Chiede che le Regioni costruiscano reti territoriali integrate, capaci di intercettare la fragilità prima che diventi tragedia. Propone strumenti di valutazione come l’EPDS (Edinburgh Postnatal Depression Scale), già validati e applicabili, per trasformare il disagio in diagnosi e cura.

Ma, soprattutto, ricorda che la maternità non è solo un evento biologico, è un’esperienza complessa, che può rendere felici, ma anche vulnerabili, e che richiede attenzione, ascolto e cura.