Si promuove la nuova stagione turistica con luci anni ’60 e réclame su cartelloni autoprodotti, ma sotto la vernice Beirut resta una città a intermittenza: corrente a ore, stipendi dimezzati, povertà triplicata. L’immagine di un paese pronto a ricominciare è parte della strategia, non della realtà.
È storytelling economico, utile a placare i vicini del Golfo, convincere gli operatori turistici e rassicurare una diaspora che torna solo per l’estate. Ma nessuna locandina può cancellare il fatto che la guerra non è finita, e forse non lo sarà finché Hezbollah continuerà a essere Stato nello Stato.
I combattimenti con Israele si sono affievoliti, ma non spenti. I droni passano, gli attacchi continuano. Il Sud è una zona grigia dove il governo centrale non comanda e l’unico vero ordine è quello della milizia sciita. Hezbollah è più debole? Forse.
Ma è ancora lì, strutturato, armato, onnipresente. Ogni gesto di “normalizzazione” rischia di essere una messinscena, buona per qualche summit con gli Emirati o una copertina patinata a uso diplomatico.
E mentre si suona il disco della ripresa, l’economia reale del Libano è un sistema collassato. Le banche hanno chiuso i rubinetti, i risparmi sono svaniti, la moneta è carta da tappezzeria. La lira ha perso il 90% del valore, gli stipendi pubblici sono una battuta amara, il carburante è razionato.
Gli ospedali funzionano grazie a donazioni, le scuole anche. I servizi pubblici sono poca cosa e quelli essenziali li erogano Ong o gruppi confessionali. E tutto questo non da adesso, ma da prima della guerra.

Nel frattempo, il Libano è ancora seduto sopra una delle bombe sociali più dense del mondo: un paese di 6 milioni di abitanti con oltre un milione di profughi siriani registrati. Gente che vive senza tutele, senza cittadinanza, e sempre più spesso senza nemmeno ostilità formale: è stata sostituita dal disprezzo sociale e dalla fame condivisa.
Nessuna economia, in queste condizioni, può rigenerarsi sul turismo o sui fondi sauditi. La classe media è evaporata, i giovani scappano, i riformisti sono parole nei convegni.
Il Libano è oggi un dispositivo temporaneo: tiene insieme gli interessi di Hezbollah, la prudenza delle potenze del Golfo, le mediazioni francesi, gli investimenti silenziosi degli emiratini e l’inerzia delle cancellerie occidentali. Tutto regge, finché regge. Ma nessuno sta costruendo un futuro: si sta solo cercando di non far esplodere il presente.
Ecco perché parlare di “ripresa” è un rischio semantico. Il Libano non si sta riprendendo. Sta cercando di galleggiare nella palude, con la testa fuori abbastanza da attirare turisti, ma senza abbastanza forza per liberarsi del fango.
Hezbollah resta. Israele resta. I profughi restano. La povertà resta. E il governo, quello legittimo, resta dietro il paravento di una sovranità amputata. Le luci a Saint Georges Hotel sono una buona foto, ma non illuminano ciò che conta.
E ciò che conta, in Libano, è che nessuno ha mai davvero smesso di essere in guerra. È solo che oggi non ci sono abbastanza telecamere per raccontarlo.



