In Sardegna, quasi un cittadino su sei rinuncia a curarsi. È il dato più alto in Italia e racconta una realtà che va ben oltre la cronaca sanitaria: è lo specchio di una crisi profonda e sistemica. La percentuale, aggiornata al 2024, è pari al 17,2% e si riferisce a persone che, pur avendo bisogno di visite, esami o terapie, decidono di non accedervi.
Una rinuncia che non nasce da leggerezza o disinformazione, ma da condizioni oggettive che rendono il diritto alla salute un miraggio: liste d’attesa interminabili, povertà diffusa, inefficienze strutturali e il sostanziale fallimento della medicina territoriale.
Nell’Isola, accedere a una risonanza magnetica può significare attendere fino a un anno e mezzo. Una visita oncologica può richiedere oltre nove mesi. Quando i tempi si dilatano in modo insostenibile, molti cittadini – soprattutto i più fragili – rinunciano.
E se la sanità pubblica non risponde, l’alternativa privata è fuori portata per una larga fascia della popolazione, sempre più colpita da precarietà economica e sociale. Così, si alimenta un meccanismo pericoloso: chi può pagare si cura, chi non può, si arrende.

La medicina di prossimità, che dovrebbe essere il primo presidio di prevenzione e assistenza, si è rivelata del tutto insufficiente. I medici di base sono sempre meno, in molte aree rurali mancano completamente, e le Case della Comunità previste dal PNRR restano per ora sulla carta.
I ritardi nella spesa dei fondi europei destinati alla sanità sono preoccupanti: meno del 5% delle risorse è stato utilizzato, a fronte di una media nazionale già bassa. I progetti per rafforzare l’assistenza sul territorio sono bloccati tra burocrazia e carenze amministrative.
Questa crisi non è solo un problema di accesso ai servizi. Ha conseguenze tangibili sulla salute reale della popolazione. In Sardegna, la speranza di vita è più bassa rispetto alla media nazionale, ma soprattutto si vive meno a lungo in buona salute. Crescono le disuguaglianze territoriali e sociali, e con esse il malessere diffuso di una popolazione che si sente abbandonata.
La Regione ha avviato un piano straordinario per abbattere le liste d’attesa, stanziando oltre 13 milioni di euro per prestazioni aggiuntive, sia nelle strutture pubbliche che tra i privati accreditati. Ma questi interventi, se non accompagnati da una strategia organica, rischiano di essere poco più di un pannicello caldo.
Il dramma silenzioso di chi rinuncia a curarsi non può più essere trattato come una statistica. È una ferita aperta nella tenuta del sistema pubblico, che mina la coesione sociale e il senso stesso di cittadinanza. In Sardegna, oggi, curarsi è diventato un privilegio. E questo, in un Paese che riconosce il diritto alla salute come fondamentale, è inaccettabile.



