Nel Sudafrica di oggi, i bianchi rappresentano circa il 7% della popolazione. Eppure, secondo Donald Trump, sarebbero una minoranza perseguitata da proteggere, una comunità sotto attacco, costretta a fuggire come rifugiata. Parliamo della stessa comunità che, ancora oggi, detiene la maggior parte della ricchezza del paese, possiede circa il 75% delle terre agricole private e guadagna in media quasi tre volte più della popolazione nera. In un paese dove l’apartheid è terminato ufficialmente solo nel 1994, i bianchi rimangono largamente i più privilegiati. Ma nell’universo alternativo di Trump, sono loro le vittime.
Mercoledì, nello Studio Ovale, si è consumata una scena tanto grottesca quanto rivelatrice. Durante un incontro con il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, Trump ha fatto abbassare le luci per proiettare un video dal montaggio sensazionalista, con immagini di croci bianche e slogan razzisti estrapolati da proteste, nel tentativo di dimostrare l’esistenza di un “genocidio dei bianchi” in Sudafrica. Ramaphosa, visibilmente sorpreso, ha provato a spiegare che la criminalità colpisce tutti, e che non esiste alcuna persecuzione sistematica dei bianchi. Invano.
Trump ha continuato il suo show, mostrando articoli e documenti e ripetendo: “Morte, morte, morte”. Come se stesse conducendo un comizio, non un incontro diplomatico. Come se la sua ossessione per la supremazia bianca dovesse diventare, ancora una volta, agenda internazionale. Ramaphosa ha provato a parlare di commercio, di cooperazione. Trump ha risposto con slogan, documenti scelti a caso e battute su Elon Musk, presentato come esperto del Sudafrica solo per il fatto di esserci nato.

La scena sarebbe quasi comica, se non fosse drammatica. Non è solo l’ennesima dimostrazione di ignoranza o malafede. È una forma di razzismo istituzionale. Perché dare voce a un’ideologia che capovolge la storia recente del Sudafrica, che ignora secoli di oppressione sistemica e che legittima teorie cospirazioniste su un “genocidio bianco”, significa non solo disinformare, ma alimentare pericolose narrative suprematiste.
E mentre Trump difende gli agricoltori afrikaner (che peraltro non sono sotto attacco di alcuna politica governativa), visita con entusiasmo regimi autoritari che opprimono intere popolazioni, senza dire una parola sui loro crimini. È l’ipocrisia di chi parla di diritti umani a intermittenza, solo quando coincidono con l’identità etnica che vuole proteggere.
Il Sudafrica è un paese imperfetto, attraversato da disuguaglianze reali e da alti tassi di criminalità. Ma non è un paese in cui i bianchi siano perseguitati. Anzi, restano economicamente dominanti. Fingere il contrario è non solo falso: è un insulto alla storia, alla verità e al cammino faticoso della riconciliazione sudafricana.
La propaganda razzista ha trovato il suo megafono alla Casa Bianca. Ma non possiamo permetterci di ascoltarlo in silenzio.



