Il protezionismo di Trump non è un errore economico, è una strategia politica. E l’Europa non ha ancora capito cosa sta succedendo.
Mentre gli analisti finanziari registrano il crollo dei mercati e i fondi pensione piangono lacrime da miliardi, una parte sempre più consistente della popolazione americana osserva in silenzio, senza allarmarsi. Perché? Perché non ha nulla da perdere.
Gran parte degli americani – come degli europei – non possiede titoli, azioni, partecipazioni in borsa. Non è seduta al tavolo del grande gioco della finanza globale. Fin qua l’analisi che ieri ha fatto Federico Fubini sul Corriere della Sera regge. La massa è seduta fuori. E da lì guarda crollare un mondo che da decenni li ha ignorati, delocalizzando industrie, svuotando comunità, trasformando il debito in condizione esistenziale.
Chi ha votato Trump, chi lo sostiene oggi, non lo fa nonostante la crisi economica, ma proprio per vederla bruciare. Perché quella crisi non è la loro: è quella dei ricchi, dei cosmopoliti, delle élite che hanno sempre detto che “non c’erano alternative”.
Trump non sta fallendo. Sta cambiando le regole
Dove non regge più il ragionamento avviato da Fubini sul Corsera, è il restare ancorato a un’analisi finanziaria classica: i suoi criteri di “successo” o “fallimento” sono legati alla salute delle borse e ai consumi, mentre Trump sta ridefinendo il consenso sulla base della perdita, del rancore e della vendetta sociale. Forse Trump non sta fallendo: sta cambiando le regole.
Il protezionismo di oggi non è più quello del Novecento. Non serve a difendere l’industria nazionale: quella è già morta. Serve a riscrivere le gerarchie del potere, a spostare il baricentro dell’economia dal capitale globale alle identità territoriali, dal mercato mondiale all’umiliazione locale. È la politica della vendetta economica, non della crescita. Ed è proprio per questo che funziona: parla alla pancia ferita di un popolo che vuole vedere qualcun altro pagare per i propri decenni di esclusione.
Eppure, in questa strategia spietata, si aprono contraddizioni sempre più evidenti. Proprio oggi, secondo indiscrezioni pubblicate dal New York Times e rilanciate da Axios, Elon Musk – il simbolo vivente del capitalismo tecnologico americano, il DOGE della Silicon Valley – avrebbe chiesto a Trump di ritirare i dazi sulle importazioni, in particolare quelli contro la Cina. Lo ha fatto nel corso di un incontro riservato a Mar-a-Lago. Il motivo? Musk, come tutti i grandi imprenditori legati all’export e alla produzione globale, teme che la chiusura del mercato statunitense colpisca direttamente le sue aziende, a cominciare da Tesla, sempre più esposta alle tensioni commerciali e alla concorrenza cinese.

È un paradosso perfetto: lo stesso Musk che ha sostenuto Trump come garante della deregulation e della “libertà d’impresa” si ritrova ora a chiedere clemenza, perché il protezionismo trumpiano sta danneggiando il cuore pulsante del capitalismo americano: le sue multinazionali. Questo episodio illumina il vero nodo della nuova destra americana: il tentativo disperato di conciliare la vendetta dei perdenti con la rendita dei vincenti.
Nel frattempo, altrove, si gioca una partita ancora più grande. La Cina non si limita a rispondere con dazi: sta costruendo un sistema alternativo di scambi internazionali. Il lancio dello yuan digitale, esteso ai Paesi dell’Asean e del Medio Oriente, è il colpo più duro mai inferto al predominio americano nei pagamenti globali. Non è solo tecnologia: è geopolitica monetaria. Per la prima volta dal dopoguerra, gli Stati Uniti rischiano l’isolamento sistemico, l’esclusione progressiva dalle piattaforme su cui hanno fondato la loro supremazia. In questo contesto, i dazi non sono solo protezionismo: sono un tentativo disperato di trattenere il potere che scivola via.
Non è un piano coerente. È una scommessa sul caos. Ma quel caos, per una fetta enorme di elettorato, è preferibile allo status quo. Non garantisce stabilità, ma offre vendetta, riconoscimento, visibilità. E per chi si è sentito invisibile troppo a lungo, è già tanto.
E noi? L’Europa osserva. Discute. Prende tempo. Di fronte al conflitto commerciale globale, non ha una politica industriale autonoma, né una visione strategica sul futuro digitale e monetario. È troppo dipendente dagli Stati Uniti per opporsi, troppo debole per fare da sé, troppo divisa per decidere. Così si illude di poter evitare l’escalation stando in disparte. Ma il gioco è più grande. E nessuno potrà restare neutrale.
Biden voleva guidare la transizione ecologica e industriale con i sussidi pubblici. Trump vuole costringere gli altri a pagarla al posto suo. In entrambi i casi, l’Europa è il vaso di coccio tra vasi di ferro. Non si tratta più di scegliere tra subire o rispondere. Si tratta di capire che senza una strategia comune, siamo già fuori dal campo.
E se oggi Musk può bussare alla porta di Mar-a-Lago per difendere i suoi affari, domani toccherà a noi difendere la nostra autonomia senza sapere nemmeno a chi rivolgerci.
E chi sta fuori dal campo, nella storia, non arbitra. Viene arbitrato.



