Gli effetti economici dei dazi imposti da Donald Trump stanno rapidamente trasformandosi in una vera e propria frattura tra il tycoon e il mondo finanziario di Wall Street. Un tempo sostenitore convinto del presidente, ora alcuni dei più influenti gestori di hedge fund cominciano a prendere le distanze dalla sua politica commerciale, che considerano dannosa non solo per l’economia globale, ma anche per gli stessi interessi finanziari americani.
L’ultimo capitolo di questa rottura ha preso forma in una serie di dichiarazioni durissime da parte di Bill Ackman, Ray Dalio e Larry Fink, che sembrano non avere più alcuna intenzione di sostenere la sua guerra economica globale.
Il fulcro delle critiche è rappresentato dalle politiche protezionistiche volute da Trump, che hanno portato a un’escalation di dazi su beni provenienti da paesi alleati e nemici, sollevando un’ondata di preoccupazione tra gli investitori. Bill Ackman, il noto fondatore di Pershing Square Capital, è stato uno dei critici più agguerriti.
In un tweet particolarmente duro, ha accusato Howard Lutnick, segretario al Commercio degli Stati Uniti e CEO di Cantor Fitzgerald, di avere un interesse diretto e conflittuale nell’andamento negativo dell’economia statunitense. Ackman ha messo in evidenza come Lutnick stia guadagnando sulla caduta dell’economia attraverso investimenti sul reddito fisso, in particolare sui titoli di stato americani.
Questo conflitto di interessi, secondo Ackman, è “inconciliabile” e non dovrebbe essere tollerato in un contesto di responsabilità governativa.
L’accusa a Lutnick è emblematica di un problema che sta diventando sempre più visibile: gli investitori finanziari che hanno sostenuto Trump ora si trovano a fare i conti con la distruzione della fiducia nel mercato americano.
La sua politica di dazi massicci e sproporzionati non sta solo minando la competitività delle aziende statunitensi, ma sta anche creando un clima di incertezza che colpisce direttamente gli interessi economici di chi aveva un rapporto privilegiato con la sua amministrazione. “Siamo in guerra economica con il mondo intero”, ha scritto Ackman, segnando una netta rottura con il suo supporto passato a Trump.
L’effetto immediato di questa guerra commerciale è stato devastante per i consumatori a basso reddito, un gruppo che Trump aveva cercato di attrarre durante la sua campagna elettorale. Le tariffe imposte sui beni di consumo stanno facendo lievitare i prezzi, con un impatto diretto sulle famiglie più vulnerabili.
Non è un caso che Ackman abbia ribadito che le politiche di Trump stanno “distruggendo la fiducia nel nostro Paese come partner commerciale”, e che gli effetti negativi di questa rottura si riverseranno sulle persone che più avevano riposto la loro speranza nel cambiamento promesso dal presidente.

In parallelo, anche altri colossi della finanza stanno alzando la voce contro l’amministrazione. Ray Dalio, fondatore del più grande hedge fund al mondo, Bridgewater Associates, ha definito il nuovo regime commerciale un “errore strategico”. Secondo Dalio, gli Stati Uniti si stanno dirigendo verso una stagflazione, con l’economia che rischia di rallentare pesantemente mentre i prezzi dei beni aumentano.
Questo scenario rispecchia perfettamente l’analisi di Larry Fink, CEO di BlackRock, che in una recente lettera annuale agli azionisti ha avvertito che i dazi potrebbero mettere in pericolo il dominio del dollaro come valuta di riserva globale, lasciando spazio a alternative come il Bitcoin.
La preoccupazione per il futuro dell’economia americana non è limitata ai singoli investitori. L’intera comunità finanziaria sta iniziando a riconoscere che la politica dei dazi sta minando la competitività globale degli Stati Uniti, riducendo la fiducia internazionale nelle capacità economiche del Paese.
Le conseguenze di questa tendenza potrebbero essere devastanti, con un declino della leadership economica globale degli Stati Uniti e un cambiamento nell’equilibrio delle forze finanziarie mondiali.
L’aspetto più interessante di questa evoluzione è che la rottura tra Trump e Wall Street potrebbe segnare una nuova era per la politica economica statunitense, in cui le voci critiche del mondo finanziario potrebbero acquisire un peso crescente.
Se anche i miliardari più influenti degli Stati Uniti iniziano a prendere le distanze dalla Casa Bianca, la domanda è: chi, allora, continuerà a sostenere le politiche di Trump? E soprattutto, quale impatto avrà questa crescente sfiducia nella sua base elettorale?
La questione è aperta, ma una cosa è certa: i dazi voluti da Trump stanno creando una fessura profonda nel cuore di Wall Street. E questa frattura potrebbe essere difficile da riparare, sia per il presidente che per l’economia americana.
I dazi di Trump, nati con l’intento di proteggere le industrie americane, stanno rivelando effetti devastanti che vanno ben oltre i confini economici. La fiducia tra Wall Street e la Casa Bianca è ormai compromessa, e i conflitti di interesse, come quello sollevato contro Howard Lutnick, sono solo la punta dell’iceberg di un problema più grande.
Se i miliardari di Wall Street cominciano a voltare le spalle al presidente, è chiaro che la sua politica commerciale sta travolgendo non solo l’economia globale, ma anche gli stessi interessi di chi lo aveva supportato. La vera sfida sarà capire se Trump riuscirà a mantenere il suo potere anche quando le fondamenta economiche su cui si regge sembrano frantumarsi sotto i suoi piedi.



