Myanmar: il sisma copre una rete di schiavitù digitale

Un biglietto aereo, una promessa di lavoro all’estero, un adolescente sedotto da un contatto conosciuto online. A gennaio, un ragazzo giapponese di 17 anni è partito per la Thailandia convinto di iniziare una nuova vita. Dopo l’atterraggio, però, non ha trovato né uno stipendio né un impiego, ma un viaggio forzato oltreconfine, in Myanmar, dove è stato costretto a lavorare in un centro truffe sotto la minaccia delle armi.

La sua fortuna è stata quella di tornare a casa, dieci giorni dopo, grazie all’intervento delle autorità giapponesi e thailandesi. Ma è un’eccezione in una storia molto più ampia, drammatica e inquietante.

Secondo le Nazioni Unite, almeno 120.000 persone si troverebbero ancora oggi all’interno delle cosiddette “scam cities” — centri operativi situati lungo il confine tra Myanmar e Thailandia, in particolare a Myawaddy, dove si concentrano organizzazioni criminali transnazionali, spesso legate a sindacati cinesi.

Il loro obiettivo? Reclutare giovani lavoratori in tutto il mondo, tramite social network, giochi online o finte offerte di lavoro, per impiegarli forzatamente in centrali di truffa digitale: call center che operano h24 frodi sentimentali, schemi di investimento fittizi, false criptovalute.

Non si tratta più della classica tratta degli esseri umani a scopo sessuale o lavorativo in senso tradizionale. Questa nuova tratta agisce sulle classi medie, sui diplomati, su chi ha competenze informatiche o sa parlare inglese.

Le vittime, una volta arrivate sul posto, vengono private dei documenti, minacciate e segregate. Chi prova a ribellarsi viene punito. E nel frattempo, da quei centri, partono messaggi WhatsApp, e-mail e profili Instagram sofisticati per truffare cittadini americani, europei, singaporiani, cinesi, giapponesi.

Il fenomeno, esploso dopo il colpo di Stato in Myanmar del 2021 e il caos istituzionale che ne è seguito, ha radici nelle vecchie reti del gioco d’azzardo online cinese, migrate nei Paesi vicini dopo le repressioni di Pechino. Con la crescita della connettività e l’assenza di controllo statale nelle aree di confine, le attività si sono evolute e moltiplicate, fino a trasformarsi in una vera industria criminale internazionale.

Le truffe hanno assunto forme complesse e raffinate. La più nota è la cosiddetta “pig butchering scam” — la “macellazione del maiale” — un’espressione cinica che descrive la truffa come un’operazione lenta, in cui la vittima viene nutrita di fiducia e attenzioni, fino al momento in cui viene sgozzata: cioè spinta a versare grosse somme in un investimento apparentemente sicuro, che si rivela una trappola.

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I numeri parlano chiaro: secondo le stime delle Nazioni Unite, le perdite totali causate da queste truffe nel mondo superano i 75 miliardi di dollari tra il 2020 e il 2024. Solo negli Stati Uniti, nel 2022, si sono registrati danni per 2,6 miliardi di dollari. E a oggi, la Thailandia ha identificato almeno 100.000 persone ancora intrappolate nei centri lungo il confine, nonostante le retate e i rimpatri degli ultimi mesi.

Nel mese di febbraio, le autorità thailandesi hanno lanciato un’operazione congiunta — sostenuta anche dalla Cina — per chiudere uno dei centri principali, KK Park, dove sono stati liberati oltre 7.000 cittadini stranieri, per lo più cinesi, indonesiani e malesi.

Ma secondo esperti internazionali, tra cui Jason Tower dell’US Institute of Peace, si tratta solo del 5% del totale delle persone coinvolte. Le strutture sono molteplici, le reti si spostano rapidamente, i complici locali sono spesso corrotti o collusi.

Il sistema si regge su un equilibrio fragile e brutale: il governo del Myanmar non ha il controllo del territorio, i gruppi armati locali sfruttano il business e le connivenze con funzionari thailandesi facilitano i traffici. Anche figure insospettabili, come produttori cinematografici o agenti di moda, sono coinvolti nel reclutamento di giovani professionisti, che si trovano catapultati in una realtà da incubo.

Il caso dello studente giapponese ha fatto scalpore perché rompe l’immaginario di chi pensa che solo le persone povere e vulnerabili possano finire vittime della tratta. La verità è che oggi basta rispondere a un annuncio, accettare un biglietto aereo o fidarsi di un profilo online per finire in una trappola dall’altra parte del mondo.

Per gli esperti, questa nuova forma di schiavitù digitale rappresenta una sfida senza precedenti, che chiama in causa non solo il Myanmar o la Thailandia, ma l’intera comunità internazionale. Il traffico, infatti, si muove su infrastrutture globali — Internet, social, criptovalute — e le vittime provengono da ogni continente.

Come ha osservato il ricercatore Yoshihiro Nakanishi dell’Università di Kyoto, finché il Myanmar resterà instabile e isolato, queste reti continueranno a proliferare, spostandosi di qualche chilometro ogni volta che viene acceso un riflettore.

La soluzione, dunque, non può essere solo militare o repressiva. Serve una presa di coscienza collettiva, un coordinamento reale tra governi, un monitoraggio continuo del web e un’opera massiccia di prevenzione. Perché il rischio, sempre più reale, è che la prossima vittima non sia chi vive ai margini, ma chi ha appena accettato un’offerta su Linkedin.

“Kyakhat Wine Monastery, Bago” by Tianyake is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.