La disuguaglianza in Italia resta un problema strutturale, e il welfare pubblico, pur riuscendo a ridurre il divario tra ricchi e poveri, non è più sufficiente per impedire che centinaia di migliaia di famiglie finiscano nella fame.
Non nella povertà generica, non nella “difficoltà economica”, ma nella condizione estrema in cui si salta i pasti, si tagliano le cure mediche e si perde il riscaldamento in casa.
Secondo i dati ISTAT sulla redistribuzione del reddito, nel 2024 circa 850.000 famiglie hanno perso ogni sostegno o hanno visto le loro entrate ridursi drasticamente dopo l’abolizione del Reddito di Cittadinanza.
Non si parla di persone rimaste senza un piccolo aiuto economico, ma di individui che prima sopravvivevano con un reddito minimo e ora non ce la fanno più. Alcuni, a fatica, hanno trovato impieghi saltuari o sottopagati. Ma altri, molti altri, sono sprofondati in una miseria senza paracadute.
Non è un problema di numeri astratti, è un problema di persone. Cosa significa essere tra coloro che non percepiscono più nulla? Significa che per alcuni italiani, nel 2024, il pasto è diventato un lusso.
Le mense della Caritas registrano aumenti a doppia cifra nelle richieste di aiuto, soprattutto nelle regioni meridionali. I supermercati parlano di un aumento del furto di generi alimentari di prima necessità, il che non sorprende: quando lo Stato smette di garantire un minimo di reddito, la sopravvivenza diventa una questione di espedienti.
ISTAT ci dice che l’intervento pubblico, nel suo complesso, riduce la disuguaglianza. Il coefficiente di Gini scende dal 46,48% al 30,40% dopo l’azione redistributiva dello Stato.

Un risultato positivo? Sì, ma con un dettaglio inquietante: le nuove misure fiscali e assistenziali hanno favorito il ceto medio molto più dei poveri assoluti.
La riduzione del cuneo fiscale, il calo dell’Irpef e l’introduzione dell’Assegno di Inclusione hanno migliorato la condizione di chi aveva già un reddito, mentre chi era al limite è stato semplicemente tagliato fuori.
In molti casi, l’alternativa al Reddito di Cittadinanza – il Supporto per la Formazione e il Lavoro (SFL) – si è rivelata una presa in giro: pochi corsi, poche opportunità, tante scartoffie burocratiche. E soprattutto, nessun aiuto immediato per chi ha perso tutto da un giorno all’altro.
Non si può parlare di politiche per il lavoro quando il problema è la fame. Il governo ha ridotto la protezione sociale sulla base del principio che i poveri devono “darsi da fare”, ma la realtà è che molte delle famiglie escluse dal nuovo sistema non hanno trovato nulla.
Non perché non vogliano lavorare, ma perché non ci sono lavori dignitosi disponibili, o perché le condizioni familiari – figli piccoli, disabilità, età avanzata – rendono impossibile l’inserimento nel mercato.
Il risultato? Un ritorno al passato. La fame è tornata a mordere, i senza fissa dimora sono in aumento, i minori in condizione di indigenza sono sempre di più. Gli effetti si vedranno presto nei tassi di malnutrizione, nelle iscrizioni scolastiche che calano, nelle persone che non potranno curarsi.
Se queste sono le basi su cui il governo Meloni costruisce la “ripresa”, allora è chiaro che qualcuno ha deciso che certi italiani non valgano più la pena di essere aiutati. E il prezzo lo stanno pagando con la fame.



