Siamo nel XXI secolo, l’epoca in cui il futuro tecnologico dovrebbe essere scritto con la logica ferrea della scienza, dell’innovazione e dell’autonomia del pensiero. E invece ci troviamo davanti all’ennesima genuflessione al potere da parte dei giganti della Silicon Valley.
Google ha infatti annunciato che, per adeguarsi a un ordine esecutivo di Donald Trump, rinominerà il Golfo del Messico in “Golfo d’America” per gli utenti statunitensi di Google Maps. Se gli algoritmi di Mountain View avessero un’anima, ora starebbero piangendo lacrime di vergogna.
Non che ci sia nulla di nuovo: lo avevamo già visto all’insediamento di Trump, quando i capi delle major Hi-Tech si presentarono con la stessa deferenza servile di un cortigiano del Re Sole. Da Google a Meta, passando per Amazon e il solito Elon Musk, tutti in prima fila con occhi sgranati e brillanti, felici come scolaretti al primo giorno di scuola.
Per un settore che si vanta di essere il faro del pensiero critico e dell’innovazione, il livello di prostrazione verso il potere è stato a dir poco imbarazzante. Musk, per esempio, passò dall’essere il genio ribelle a uno yes-man che sembrava pronto a vendere biglietti per Marte con lo slogan “Make the Red Planet Great Again”.
Il caso del “Golfo d’America” non è solo una ridicola riscrittura della geografia per compiacere il patriottismo tossico di Trump, ma un perfetto esempio di come il servilismo tecnologico abbia preso il sopravvento sulla neutralità della conoscenza.
Oggi il Golfo del Messico diventa “d’America” per volere di un presidente in vena di autocelebrazione, domani potremmo trovarci con la Muraglia Cinese ribattezzata “The Great Trump Wall” se mai dovesse tornare in carica con qualche delirio espansionistico.

In Italia, se questa moda di piegare la geografia ai voleri dei potenti prendesse piede, potremmo trovarci con il Golfo di Napoli ribattezzato “Golfo di Berlusconi”, con un piccolo isolotto trasformato in “Isola delle Olgettine” per celebrare le gesta dell’ex Cavaliere. Oppure il Golfo di Taranto potrebbe diventare il “Golfo di Salvini”, con annessi cartelli di divieto d’ingresso per le ONG e le pizze all’ananas dichiarate patrimonio dell’umanità.
Scienza e Serviismo non dovrebbero stare nella stessa frase se non come ossimoro. Il problema più grave di questa deriva non è solo la buffonata della geografia piegata alla propaganda, ma il tradimento di un principio basilare della scienza e della conoscenza: l’indipendenza dalla politica e dai suoi capricci.
La scienza richiede apertura mentale, spirito critico e la capacità di mettere in discussione ciò che è dato per scontato. Il servilismo, invece, richiede ottusità, obbedienza cieca e il rifiuto di ogni forma di dubbio. Due cose che semplicemente non possono convivere.
Eppure, in questo inizio di XXI secolo, la codardia è diventata la moneta corrente. I grandi leader della tecnologia, che avrebbero dovuto essere gli eredi di Galileo, Tesla e Turing, si trasformano in maggiordomi digitali pronti a cambiare nomi, mappe e realtà per compiacere il sovrano di turno.
Se questa è l’era dell’informazione, allora stiamo facendo di tutto per trasformarla nell’era della disinformazione di Stato, sponsorizzata da Google e consegnata direttamente ai nostri schermi con l’algoritmo della menzogna.
Questi miliardari, che si atteggiano a visionari e filantropi, sono in realtà dei pavidi lacché, pronti a prendere ordinifavori del potere. Se il futuro della conoscenza è nelle loro mani, allora ci aspetta un’era di ignoranza su misura per i padroni del mondo.



