La corte dei miliardari in ginocchio davanti al Re Matto

Sotto il cielo grigio di Washington, che sembrava presagire tempeste più che rinascite, la cerimonia d’insediamento di Donald Trump è stata il trionfo del kitsch autoritario.

Ma dietro il palco, tra bandiere che sventolavano al vento e inni nazionali cantati a denti stretti, si agitava il vero spettacolo: un circo di miliardari hi-tech pronti a inginocchiarsi davanti al nuovo Re Matto. Non per convinzione, ma per pura e spietata convenienza.

Elon Musk, con il suo braccio teso in un gesto che oscillava tra il saluto militare e il comando di un robot, era il primo tra gli apostoli. Non c’era traccia del visionario solitario che sognava Marte: qui Musk era il pragmatico burattinaio che ha capito che, per mantenere il controllo del futuro, occorre piegarsi – almeno per il momento – all’uomo che domina il presente.

Accanto a lui, Peter Thiel sfoderava un sorriso gelido, quello di chi ha già calcolato i rischi e sa che non ci sono alternative. Marc Andreessen si aggirava poco lontano, apparentemente indifferente, ma con lo sguardo di un hacker che studia come infiltrarsi in un sistema già corrotto.

Detestano Trump, certo. Ma si detestano anche tra loro. Thiel vede in Musk un istrione, Musk considera Andreessen un fossile ambulante, Andreessen pensa che Thiel sia troppo ossessionato dal controllo per vedere oltre la punta del proprio naso. Eppure, eccoli lì, costretti a giocare la stessa partita.

Non per amore, ma per necessità. Perché Trump, che pure sembra il più matto di tutti, è il loro mazziere. Loro possono avere miliardi, progetti spaziali e visioni transumaniste, ma sanno che il nuovo zar del caos può spezzare i loro giocattoli con un semplice tweet.

Il momento più grottesco? Quando Musk, il profeta del futuro, ha applaudito con entusiasmo il discorso di Trump sulla grandezza dell’America. Lui, che ha passato anni a predicare un mondo senza confini, senza nazioni, senza limiti, ora deve fare buon viso a cattivo gioco mentre il presidente esalta il protezionismo e minaccia di tassare qualsiasi cosa non brilli a stelle e strisce.

Foto da Il Corriere della Sera

Ma non è ipocrisia, è strategia. Musk sa che Trump è solo un ostacolo temporaneo: un ponte verso il dominio totale del sistema.

E poi c’è Thiel, l’architetto delle ombre. L’uomo che costruisce imperi invisibili mentre gli altri si beano della luce. Ha già piazzato i suoi uomini ovunque: alla Difesa, alla Sanità, persino alla Casa Bianca.

La sua visione non è meno folle di quella di Trump, ma molto più raffinata. Dove Trump agita il pugno, Thiel muove pezzi sulla scacchiera, e ogni mossa è calcolata per consolidare un potere che non ha bisogno di passerelle o proclami.

In tutto questo, Marc Andreessen sembra quasi fuori posto, con la sua aria da filosofo nerd finito per errore nel backstage di una sitcom politica. Ma non fatevi ingannare: è stato lui a scrivere molte delle regole del gioco, e sa che le sue startup non possono prosperare senza l’appoggio di questa nuova corte imperiale.

È il più riluttante del gruppo, forse il più cinico, ma sa bene che il potere si conquista accettando di sporcarsi le mani.

E Trump? Trump ride. Ride perché capisce tutto e niente. Sa che questi magnati lo disprezzano, che non sono lì per lui, ma per quello che possono ottenere da lui. Ma non importa. Per ora, è lui il padrone del gioco. E loro, i miliardari di Silicon Valley, che si credono i padroni del destino, sono costretti a danzare al ritmo che lui impone.

Forse è questa la sua vera vittoria: non l’America First, ma l’umiliazione dei potenti che si inchinano al potere più matto di loro. E, per un attimo, persino il cielo grigio sembra sorridere, con una risata amara.

“Trump. Building a brighter future for all. Endorsed by Elon Musk. 2024” by Oleg Yunakov is licensed under CC BY-SA 4.0.