Il declino demografico aggraverà ulteriormente la carenza di lavoratori, una problematica già evidente oggi.
Lo evidenzia il Centro Studi di Confindustria nelle sue previsioni autunnali, sottolineando che, se prima della pandemia il 26% delle assunzioni previste (1,2 milioni) risultava difficile da coprire, nel 2023 questa percentuale è salita oltre il 45% (quasi 2,5 milioni).
Pesano fattori quali la scarsa mobilità interna, la fuga di cervelli, la carenza di lavoratori extra-Ue.
Sulla base delle proiezioni demografiche Istat, il saldo naturale della popolazione residente in Italia è previsto ridursi di 1,5 milioni tra l’inizio di quest’anno e il 2028.
E nonostante il saldo migratorio positivo con l’estero atteso pari a 1,2 milioni, la popolazione in età lavorativa sarà di 850mila unità inferiore.
A parità di tasso di occupazione, l’offerta di lavoro tra 5 anni si ridurrà di 520mila unità.
Tra i nodi della competitività, che mettono a rischio la crescita del Paese, il Csc rileva anche i costi di alloggio troppo elevati rispetto ai salari, che frenano la mobilità dei lavoratori.
Questo problema si manifesta in maniera particolarmente evidente in alcune province come Milano, Como, Venezia, Bologna, Firenze e Roma, oltre che in generale nel Nord-Ovest e nel Centro Italia.
Mettiamo un punto: servono più immigrati e non respingimenti; i lavoratori vanno pagati meglio e magari basta con lavoro precario; servono case popolari perché se gli stipendi restano quelli di oggi e gli affitti sono esosi restano solo le case popolari come risposta.
Tutto il contrario di quello che fa il governo Meloni, mentre ci distoglie dai problemi reali con presunti dossieraggi nei suoi confronti che poi non sono solo nei suoi confronti ma questo non lo dice.



