Martedì prossimo, Homayoun Sabetara, iraniano di 60 anni affetto da cancro, comparirà nuovamente in tribunale a Salonicco, Grecia. Detenuto da tre anni, è stato arrestato nel 2021 mentre tentava di lasciare l’Iran per raggiungere le sue figlie in Germania.
Guidava un’auto con altre sette persone a bordo ed è stato accusato di contrabbando, senza essere pienamente consapevole delle conseguenze. La figlia Mahtab, che si batte da anni per la sua liberazione, descrive il processo come un calvario che prosciuga le risorse mentali degli imputati e delle loro famiglie, causando un collasso psicologico.
Le Ong giocano un ruolo fondamentale nel sostenere la battaglia legale, coprendo le spese di viaggio e difesa legale, altrimenti impossibili da sostenere autonomamente.
All’inizio di settembre la Ong Medico International ha presentato a Francoforte un nuovo fondo chiamato “Fondo per la libertà di movimento”, destinato a finanziare l’assistenza legale a persone come Sabetara, che si trovano a essere incriminate per “crimini di solidarietà”.
Valeria Hänsel dell’Ong afferma che molti rifugiati, soprattutto in Grecia, sono spesso etichettati come trafficanti e condannati a pene severe, superiori persino a quelle per omicidio. Secondo il rapporto di Borderline Europa, oltre 2.000 persone sono incarcerate in Grecia con l’accusa di favoreggiamento all’ingresso non autorizzato.
La maggior parte degli accusati sono rifugiati, molti dei quali affrontano processi rapidi della durata media di 30 minuti, con pene detentive che raggiungono in media i 46 anni e multe che superano i 300.000 euro. Hänsel sottolinea che la scarsa qualità delle traduzioni durante i processi rende difficile per gli imputati comprendere pienamente le accuse contro di loro.
La situazione si estende anche a Italia, Spagna e Inghilterra, dove quasi ogni nave di rifugiati vede almeno una persona arrestata con l’accusa di aver facilitato l’ingresso illegale. Medico riferisce che in Italia circa 3.200 persone sono state incriminate dal 2013, mentre in Spagna, solo nel 2022 e 2023, si contano circa 500 casi. Tuttavia, il numero reale potrebbe essere molto più alto.

Uno dei casi più noti è quello degli “El Hiblu 3”, tre giovani della Guinea e della Costa d’Avorio accusati a Malta di atti terroristici per aver mediato tra il capitano di una nave e i migranti a bordo, dopo che il capitano aveva cercato di riportarli illegalmente in Libia.
Il loro avvocato, Neil Falzon, che li rappresenta da cinque anni, denuncia che i giovani non comprendono perché siano trattati come terroristi, considerando che hanno agito come mediatori. La loro vita è stata stravolta, e ora rischiano l’ergastolo.
Falzon critica il processo, che a suo avviso serve come dimostrazione politica da parte del governo maltese per mostrare agli altri Stati membri dell’UE di essere un solido custode dei confini meridionali.
Nonostante l’opposizione, il tribunale ha respinto l’obiezione e si attende la data dell’appello, prevista per novembre. L’avvocato teme che il governo maltese possa presto intraprendere azioni per limitare ulteriormente le attività delle ONG che difendono i diritti dei rifugiati.
La tendenza a perseguire migranti e chi li aiuta è una realtà che si sta diffondendo in tutta l’UE, e le organizzazioni per i diritti umani ne parlano da anni. In molti casi, Stati membri dell’UE interpretano l’assistenza ai rifugiati come traffico di esseri umani, anche quando non vi è scambio di denaro, e lo puniscono con pene severe.
Alcuni recenti sviluppi giudiziari, tuttavia, hanno riacceso un po’ di speranza. In Italia e Grecia, ad esempio, i processi contro alcuni sopravvissuti e soccorritori marittimi, come quelli della nave “Iuventa” o i sopravvissuti del naufragio di Pylos, sono stati sospesi. Questi segnali positivi, però, restano isolati, e il futuro di molte cause è ancora incerto.
Alla fine di agosto, 15 Ong, tra cui Amnesty International e Medici Senza Frontiere, hanno sollecitato il governo tedesco a intervenire per fermare questa situazione. L’Unione Europea sta lavorando a una nuova direttiva sulla responsabilità penale per il favoreggiamento dell’ingresso illegale, ma le Ong temono che la bozza attuale non offra sufficienti garanzie legali, lasciando spazio a ulteriori criminalizzazioni dei difensori dei diritti umani e dei rifugiati stessi.



