Nestlé è tornata al centro delle polemiche in Francia, questa volta a causa di un accordo giudiziario che le ha permesso di evitare un procedimento penale dopo essere stata accusata di sfruttamento illegale di risorse idriche.
La vicenda riguarda la perforazione abusiva di nove pozzi e il trattamento non autorizzato delle cosiddette “acque minerali naturali” vendute sotto marchi ben noti per oltre ventisette anni.
L’11 settembre, la procura di Epinal ha concluso un accordo con la multinazionale, imponendo una multa di soli 2 milioni di euro attraverso una Convenzione Giudiziaria di Interesse Pubblico (CJIP), un meccanismo giudiziario che consente di evitare processi penali in cambio di sanzioni pecuniarie.
Questa procedura, introdotta per la prima volta nel 2016 per reati finanziari e poi estesa ai crimini ambientali nel 2020, ha permesso a Nestlé di riconoscere formalmente le sue responsabilità senza affrontare un vero processo.
Tuttavia, la cifra irrisoria della multa è stata fortemente criticata, soprattutto alla luce dei guadagni generati dallo sfruttamento illecito: circa 3 miliardi di euro ottenuti pompando 19 miliardi di litri d’acqua illegalmente. Molti osservatori hanno sollevato dubbi sull’efficacia del CJIP nel punire adeguatamente i crimini ambientali di questa portata.
L’inchiesta, durata due anni, ha portato alla luce una serie di pratiche scorrette che hanno avuto un impatto significativo sulle risorse idriche locali. L’uso intensivo dei pozzi ha infatti causato un abbassamento delle falde acquifere e interruzioni dell’approvvigionamento idrico in diverse comunità circostanti.
Secondo una prima indagine condotta dall’Ufficio Francese per la Biodiversità, le attività di Nestlé hanno anche contribuito a interrompere il ciclo idrologico delle acque superficiali, con conseguenze a lungo termine per l’ecosistema locale.
Come parte dell’accordo, Nestlé si è impegnata a finanziare misure di compensazione ecologica per un totale di 1,1 milioni di euro e a risarcire con 296.800 euro cinque associazioni ambientaliste che avevano avviato cause contro la multinazionale. Tuttavia, questo non ha placato la rabbia di molti attivisti.

Bernard Schmitt, del collettivo Eau88, ha criticato duramente l’accordo, definendolo uno strumento insufficiente per affrontare i crimini ambientali di grande scala. Schmitt ha anche sottolineato come il periodo di accertamento del reato sia stato limitato al 2013-2019, a causa della prescrizione, e che un processo più lungo avrebbe forse portato a sanzioni più severe. “Il cambiamento climatico e la crisi della biodiversità non possono aspettare anni per vedere giustizia”, ha dichiarato.
A rincarare la dose è intervenuta anche l’ONG foodwatch, che ha duramente condannato la decisione del tribunale. L’ONG aveva precedentemente presentato una denuncia che elencava numerose violazioni legate alla gestione delle risorse idriche da parte di Nestlé, ma l’accordo CJIP ha reso obsoleta gran parte di queste accuse.
Ingrid Kragl, portavoce di foodwatch, ha espresso forte disappunto: “Questo accordo invia un messaggio pericoloso: Nestlé può trarre profitto per anni da pratiche illegali e cavarsela semplicemente pagando una multa. È una scandalosa conferma dell’impunità delle grandi multinazionali”.
Il caso di Nestlé Waters non è isolato. Due anni fa, la stessa multinazionale aveva già accettato un CJIP per l’inquinamento del fiume Aisne, che aveva causato la morte di sei tonnellate di pesci.
Anche in quel caso, Nestlé aveva evitato un processo penale pagando una multa di 40.000 euro. Nel 2020, un altro scandalo aveva travolto l’azienda in seguito alla contaminazione di pizze Buitoni con il batterio E. coli, un incidente che aveva portato alla morte di due bambini e all’avvelenamento di decine di altre persone.
Questi eventi hanno spinto molti a interrogarsi sulla vera portata della responsabilità delle multinazionali nei confronti delle comunità in cui operano. Per gli abitanti di Vittel e Contrexéville, due dei luoghi più colpiti dallo sfruttamento delle risorse idriche, la sensazione di impotenza è palpabile.
Una volta orgogliosi di lavorare per un’azienda che si vantava di produrre acqua minerale di qualità superiore a quella del rubinetto, molti dipendenti Nestlé si trovano ora a dover fare i conti con una realtà ben diversa.
Sul fronte politico, la CGT, il sindacato dei lavoratori, ha persino chiesto la nazionalizzazione della fabbrica Nestlé nei Vosgi, sostenendo che solo un intervento pubblico potrebbe garantire la protezione delle risorse idriche e ripristinare la fiducia nella gestione dell’acqua.
Tuttavia, come ha affermato Schmitt, “nazionalizzare non sarà sufficiente se non si pongono fine all’uso indiscriminato di pesticidi e sostanze chimiche che continuano a contaminare le nostre acque sotterranee”.
Con queste premesse, la battaglia per la tutela delle risorse idriche francesi sembra tutt’altro che conclusa.



