A trent’anni dalla Piattaforma d’Azione di Pechino, il mondo in cui crescono le ragazze tra i 10 e i 19 anni è irriconoscibile rispetto al 1995. Globalizzazione e crisi economiche, pandemia, rivoluzione digitale, emergenza climatica e nuovi conflitti hanno spostato i confini dell’infanzia e dell’adolescenza, esponendo le ragazze a rischi diversi ma anche a opportunità inedite. Il quadro che emerge dal rapporto “Girl Goals. What has changed for girls?” è ambivalente: i progressi sono reali e misurabili, ma restano fragili, territorialmente diseguali e spesso reversibili.
Molti Paesi hanno aggiornato leggi e politiche, eppure il cosiddetto “ambiente abilitante” – quell’insieme di tutele, servizi e norme sociali che rende effettivi i diritti – è incompleto quasi ovunque. Perfino un principio elementare come l’uguaglianza nell’eredità non è universale: dove le figlie non godono degli stessi diritti dei figli, l’investimento familiare in istruzione e salute si contrae e l’autonomia economica viene rinviata a data da destinarsi.
L’istruzione è il terreno su cui il cambiamento appare più visibile. All’inizio del secolo i sistemi scolastici hanno recuperato terreno alla primaria, mentre il vero salto in avanti si è visto nella secondaria: più ragazze entrano e restano a scuola, più completano cicli di studio che fino a pochi anni fa erano preclusi.
Ma una fotografia più ravvicinata mostra crepe importanti: in molte regioni la frequentazione non si traduce in apprendimenti di base adeguati, la qualità dell’insegnamento è discontinua, i curricoli sono poco pertinenti alla transizione verso il lavoro.
L’assenza di servizi igienici sicuri e di prodotti per l’igiene mestruale continua a pesare sulla frequenza, e l’insicurezza dei tragitti casa–scuola diminuisce la regolarità delle presenze. Intanto in alcuni contesti, per decisione politica, alle adolescenti è stato tolto il diritto stesso di varcare la soglia dell’aula, a prova del fatto che le conquiste possono arretrare in pochi mesi.
È qui che il rapporto fissa un numero che non può lasciare indifferenti: nel mondo 122 milioni di ragazze sono fuori dalla scuola. All’inizio del secolo erano circa 200 milioni; la riduzione è significativa, ma resta una voragine. Il tallone d’Achille è la secondaria, dove troppe si fermano prima del diploma, specie nell’Africa subsahariana, l’unica regione in cui a ogni livello le ragazze sono più frequentemente escluse rispetto ai coetanei maschi e dove la crescita demografica corre più della capacità dei sistemi educativi.
Ma quel totale globale racconta anche altri ostacoli: matrimoni e gravidanze precoci, carichi di lavoro domestico e di cura imposti alle adolescenti, conflitti, sfollamenti, disastri climatici, scuole lontane, costi indiretti che la famiglia non può sostenere. La conseguenza è un futuro più corto: meno competenze, minore autonomia economica, maggiore esposizione alla violenza. Inserire queste 122 milioni di assenze nel discorso pubblico significa riconoscere che l’uguaglianza passa anzitutto dalle aule in cui una ragazza può entrare e restare fino al diploma.
La rivoluzione digitale, poi, è diventata la nuova linea di frattura. La pandemia ha accelerato l’apprendimento online e l’accesso ai servizi, ma ha anche allargato il divario: nei Paesi a basso reddito la stragrande maggioranza delle ragazze è offline, e perfino dove c’è connettività i dispositivi dentro casa tendono a essere assegnati ai maschi. Senza connessione e senza strumenti, le competenze avanzate – dal coding alla progettazione digitale – restano un’eccezione.
È un’asimmetria che pesa sui salari e sulla qualità dell’occupazione di domani, ma anche sulla partecipazione civica in un ecosistema informativo che si sposta sempre più in rete. Il paradosso è che ovunque si sperimentano programmi che funzionano – laboratori a basso costo, docenti-mentori, curricoli STEAM integrati nelle scuole pubbliche –, eppure faticano a scalare per assenza di finanziamenti stabili e di una regia istituzionale.
Povertà e norme sociali sono le due forze che più spesso schiacciano le opportunità. In troppe famiglie l’onere del lavoro domestico e di cura non retribuito cade sulle adolescenti, rubando ore allo studio e alla socialità. Nella transizione alla vita adulta, questo si traduce in un rischio elevato di rimanere fuori da scuola, lavoro e formazione: l’anticamera di una vulnerabilità economica che può durare anni.

C’è però un moltiplicatore positivo ben documentato: l’istruzione delle madri. Dove una madre ha studiato più a lungo, la figlia ha molte più probabilità di sottrarsi alla povertà multidimensionale, prolungare gli studi, accedere a informazioni e servizi di qualità. È la prova di come il capitale umano si trasmetta dentro le generazioni, accelerando o frenando la mobilità sociale.
La violenza, in tutte le sue forme, rimane la barriera più resistente. In numerosi Paesi una quota non irrilevante di adolescenti considera “giustificata” la violenza del marito in alcune circostanze; è il segno di un’asimmetria di potere che ha radici profonde nella cultura quotidiana. Pratiche dannose come i matrimoni infantili arretrano in alcune regioni, ma in altre la curva è piatta; la mutilazione genitale femminile diminuisce, eppure resta diffusa in troppi Paesi.
La lezione è chiara: leggi e repressione penale sono indispensabili, ma da sole non bastano. Se non cambiano le norme sociali e gli incentivi economici che sorreggono comportamenti violenti e discriminatori, la statistica non si muove. Qui il ruolo delle scuole, dei media, delle leadership religiose e comunitarie è decisivo per ridefinire ciò che è accettabile e ciò che non lo è.
Anche la salute sessuale e riproduttiva resta un crocevia: le gravidanze in adolescenza sono diminuite a livello globale, ma con forti squilibri regionali; le complicanze della gravidanza e del parto sono ancora tra le prime cause di morte per le 15–19enni. La copertura contro l’HPV avanza ma non è ovunque universale; molte ragazze non possono decidere con libertà e informazione sulla propria salute riproduttiva e vedono insoddisfatto il bisogno di contraccezione moderna.
L’HIV, pur molto ridimensionato rispetto al picco degli anni Novanta, continua a colpire in modo sproporzionato le adolescenti: un indicatore del minore potere negoziale, dell’accesso diseguale a protezioni e servizi, della fragilità delle reti informative.
Poi c’è l’ineguaglianza “materiale” che si deposita nei gesti di ogni giorno. In molte comunità la raccolta dell’acqua per la famiglia è un compito femminile; significa ore di cammino, fatica fisica, meno tempo per studiare, più rischi per la sicurezza.
Investire in acqua potabile, servizi igienici e igiene di base non è solo sanità pubblica: è politica educativa, perché cambia la frequenza e la dignità dell’istruzione femminile. Molte delle misure che servono alle ragazze non hanno un’etichetta di genere, e proprio per questo possono passare con più facilità se si ragiona in termini di beni pubblici essenziali.
Che cosa impariamo, allora, dal confronto lungo tre decenni? Primo: quando si investe in modo sistemico su scuola, salute e protezione, i risultati arrivano e si propagano su più dimensioni. Secondo: i progressi sono fragili e possono invertire rotta con rapidità se non si consolidano in norme sociali, pratiche istituzionali e diritti effettivi. Terzo: l’adolescenza è un’età-ponte che scivola tra le maglie delle statistiche e delle politiche; senza obiettivi espliciti e responsabilità pubblica, le ragazze restano invisibili nelle medie.
Infine: non sempre servono progetti speciali e costosi; spesso bastano “aggiunte intelligenti” dentro i sistemi esistenti – moduli digitali nelle scuole tecniche, sostegno alla genitorialità nei servizi materno-infantili, reti scuola–impresa, garanzie economiche che disinneschino gli incentivi ai matrimoni precoci.
Alla fine tutto si gioca sulla politica, quella vera, fatta di priorità e bilanci. Le prove sono robuste: investire sulle adolescenti produce un dividendo sociale ed economico che riduce povertà e mortalità, frena le pratiche dannose, aumenta capitale umano e produttività e rafforza la coesione delle comunità.
Ma per trasformare quelle prove in realtà occorre passare dalla consultazione generica all’ascolto operativo: spazi dove le ragazze incidano sul disegno dei servizi che le riguardano; obiettivi misurabili e verificabili pubblicamente; meccanismi di finanziamento che premino chi accelera davvero. Le adolescenti non chiedono di essere beneficiarie passive: rivendicano il ruolo di architette del proprio futuro. Se c’è una promessa da mantenere entro il 2030, è esattamente questa.



