Un sistema al collasso: suicidi in carcere e malagiustizia

Nel silenzio delle celle, tra il sovraffollamento e la disperazione, la vita di un detenuto può spezzarsi senza che nessuno se ne accorga in tempo. L’ultimo suicidio risale a due settimane fa, nel carcere di Vigevano, in provincia di Pavia.

Un uomo si è tolto la vita dopo essere stato incarcerato per una rapina a mano armata che gli aveva fruttato poco più di cinquanta euro. Un gesto disperato, compiuto con un coltello mai utilizzato contro nessuno e con il denaro già restituito.

Era il decimo suicidio nelle carceri italiane dall’inizio dell’anno, segnale di un sistema sempre più in difficoltà e già proiettato verso un triste record: nel 2024 si sono contati 90 casi.

L’Italia si colloca tra i paesi europei con i più alti tassi di sovraffollamento carcerario. Secondo i dati del Consiglio d’Europa, il tasso ufficiale è del 109%, ma il garante nazionale dei detenuti lo stima al 133%, con istituti penitenziari che ospitano molte più persone rispetto alla loro capienza regolamentare.

Solo sei nazioni in Europa registrano una situazione peggiore. E il dato assume un peso ancora più grave se si considera che non tutti coloro che riempiono le celle sono effettivamente colpevoli.

L’errore giudiziario è una realtà che continua a colpire il sistema italiano. I numeri parlano chiaro: nel 2022 lo Stato ha dovuto risarcire con oltre 27 milioni di euro cittadini che erano stati ingiustamente detenuti.

Tra il 2018 e il 2022, il totale delle somme versate per errori giudiziari ha superato il miliardo di euro. Questi numeri, però, rappresentano solo una parte del problema. La maggior parte dei risarcimenti riguarda le misure cautelari applicate prima della sentenza definitiva.

Per molti, la detenzione preventiva si conclude con un’archiviazione o un’assoluzione, ma il tempo trascorso in carcere resta un marchio indelebile. Per queste situazioni esiste un indennizzo, che però non supera i 500 mila euro, indipendentemente dalla durata della detenzione ingiusta.

Il disagio non è solo tra i detenuti, ma coinvolge anche il personale penitenziario. La pressione delle condizioni di lavoro, la carenza di personale e la mancanza di coordinamento nelle misure di prevenzione stanno portando a un aumento dei suicidi non solo tra i reclusi, ma anche tra chi lavora all’interno delle carceri.

Un quadro drammatico che ha già lasciato segni profondi nei primi mesi del 2025, con il maggior numero di suicidi registrati in Emilia-Romagna. Qui quattro detenuti si sono tolti la vita, una donna ha tentato di farlo e un altro uomo è morto per overdose.

Le modalità con cui i detenuti pongono fine alla propria vita seguono spesso uno schema ripetitivo: impiccagione con un fornelletto da cucina o lenzuola annodate, ingestione di farmaci o overdose di sostanze reperite all’interno della prigione.

La disperazione non fa distinzioni tra chi è in attesa di giudizio e chi sta scontando una pena definitiva. L’assenza di misure efficaci di prevenzione rende impossibile intercettare in tempo la sofferenza, nonostante alcuni segnali siano evidenti.

L’esempio del carcere di Castelfranco Emilia dimostra che un altro modello è possibile. In questa struttura a custodia attenuata, negli ultimi vent’anni si è registrato un solo suicidio.

L’attenzione al benessere psicologico dei detenuti e un’organizzazione penitenziaria più orientata alla riabilitazione sembrano fare la differenza. Tuttavia, realtà come questa restano un’eccezione in un sistema che continua a navigare nell’emergenza.

Nel carcere di Vigevano, l’ultimo uomo che si è tolto la vita aveva già mostrato segni di fragilità, tanto che il suo avvocato aveva presentato istanza affinché fosse sottoposto a un regime detentivo meno severo.

La richiesta non è stata accolta e, nonostante il precedente tentativo di suicidio, non sono state predisposte misure di sorveglianza costante. Una storia che si ripete troppe volte, lasciando aperta una domanda: fino a che punto il carcere, in Italia, è ancora compatibile con il principio della rieducazione della pena previsto dalla Costituzione?

Dietro i numeri ci sono volti, storie e tragedie personali che si consumano nel silenzio. Un silenzio che il sistema sembra non voler interrompere.