Una rivoluzione di genere tra India, Sri Lanka e Tanzania

In un’epoca in cui le crisi globali sembrano togliere ogni prospettiva di progresso, alcune storie — silenziose, lontane dai riflettori — accendono la speranza. Sono le storie di donne che trasformano il turismo, un settore spesso maschile e gerarchico, in un laboratorio di emancipazione e cambiamento sociale.

Sri Lanka, India e Tanzania: tre paesi segnati da profonde disuguaglianze di genere, ma anche teatro di iniziative rivoluzionarie, in cui le donne stanno riscrivendo le regole. Non con manifesti o slogan, ma servendo ai tavoli, guidando jeep nella savana e gestendo interi hotel. Il loro lavoro è resistenza. È futuro.

Sri Lanka, dove il riscatto veste il sari

Quando Jeewanthi Adhikari ha ottenuto la direzione dell’Amba Yaalu, il primo hotel interamente gestito da donne nello Sri Lanka, ha impiegato dieci anni per arrivarci. Anni in cui ha visto uomini meno qualificati superarla in carriera, semplicemente perché le donne, secondo i datori di lavoro, “potrebbero sposarsi e mettere da parte il lavoro”.

Nel suo Paese, meno del 10% della forza lavoro nel turismo è femminile. Le donne, se lavorano, spesso lo fanno all’estero come domestiche, in condizioni di sfruttamento. A casa, invece, rappresentano solo il 5% del parlamento e quasi una su dieci è sposata prima dei 18 anni. Eppure, proprio qui, ottantaquattro donne oggi mandano avanti un resort immerso tra le piantagioni di mango, dimostrando che anche chi non sa leggere può imparare a guidare una cucina professionale, gestire clienti internazionali e ispirare un’intera comunità.

India, dove la rivoluzione inizia dalla cucina

Nel giugno 2023, Marriott International ha aperto a Hyderabad il Westin Hitec City, un hotel interamente gestito da donne. Per molte di loro, come Amrita Biswas, sous-chef, è stata la prima occasione per lavorare in una brigata di cucina senza la pressione e il paternalismo di colleghi uomini.

L’India resta uno dei paesi con la più profonda disparità di genere: 129ª su 146 nella classifica globale. Solo un terzo delle donne lavora, e meno del 15% siede in parlamento. La percentuale di alfabetizzazione femminile non supera il 65%, contro l’82% degli uomini. Eppure, nelle cucine del Westin, donne che una volta cucinavano solo a casa sono diventate protagoniste della scena gastronomica.

Non è solo ospitalità. È un riscatto culturale. È l’atto di prendere il posto che spetta, con talento e visione, in un sistema che finora ha solo chiesto loro di rimanere invisibili.

Westin Hotel – India

Tanzania, le regine del Serengeti

A migliaia di chilometri da Hyderabad, nel cuore della savana, un gruppo di donne tiene in piedi uno dei campi safari più apprezzati d’Africa: il Dunia Camp. Aperto nel 2016, è il primo campo del continente gestito solo da donne. All’epoca, nelle strutture del gruppo Asilia, c’erano solo due o tre donne. Oggi sono il 30%.

E non è successo in un contesto facile. In Tanzania, una donna su quattro ha subito violenze fisiche o sessuali dal partner nell’ultimo anno, e quasi il 30% si sposa da minorenne. Ma nonostante tutto, il Paese sorprende: è 54° nella classifica globale per parità di genere, davanti a Sri Lanka e India. E il turismo sta contribuendo a consolidare questa posizione, offrendo lavoro, dignità e visibilità alle donne in un settore dove prima non erano ammesse.

La responsabile del campo, Petronila Mosha, ha ricordato al Guardian i primi giorni: “Sentire i leoni ruggire accanto alle tende… molte donne scappavano. Ma poi abbiamo imparato a restare. E oggi, se sei una guida donna, tutte le aziende ti vogliono”.

Un altro mondo è possibile?

Le esperienze dell’Amba Yaalu, del Westin di Hyderabad e del Dunia Camp raccontano la stessa cosa: dove c’è lavoro, formazione e fiducia, le donne riscrivono la società. Lo fanno nel turismo, un settore che – proprio per la sua natura relazionale – può diventare spazio di libertà e di trasformazione.

In questi luoghi lontani, non si combatte solo per servire ai tavoli o pulire le stanze. Si combatte per essere viste, rispettate, pagate. Per contare.

In tempi in cui ovunque nel mondo si mettono in discussione diritti conquistati con fatica, queste iniziative non sono solo buone notizie: sono un modello. Sono la prova che anche nelle geografie più remote e nelle statistiche più impietose può germogliare un’idea diversa di mondo.

Dunia Camp – Tanzania