India e Pakistan, la prossima guerra?

Il rumore della guerra, in certe regioni del mondo, non arriva mai davvero. Si fa dimenticare per un po’, poi torna — sfumato, teso, con l’odore del sangue ancora fresco. È accaduto di nuovo martedì, nel Kashmir indiano, dove un attacco armato ha lasciato più di due dozzine di civili a terra in una località turistica. La scena è quella di sempre: ambulanze, panico, cordoni di sicurezza. Ma il copione, questa volta, rischia di cambiare.

L’India reagisce: misure dure e messaggi politici
Il gruppo armato che avrebbe rivendicato l’attacco è il solito nome di battaglia usato come ombrello per milizie legate al Pakistan, anche se l’India non ha ancora formalmente attribuito la responsabilità. Ciò non ha impedito però al governo Modi di avviare una risposta diplomatica e politica di proporzioni quasi belliche: sospensione del trattato sulle acque dell’Indo, espulsione di diplomatici, chiusura del confine e revoca dei visti. Tutto questo in meno di 48 ore.

Il doppio linguaggio del Pakistan
Il Pakistan, dal canto suo, ha adottato un tono ufficiale prudente. Condanna l’attacco, nega ogni coinvolgimento e convoca una riunione d’urgenza del Comitato per la sicurezza nazionale. Ma fuori dal palazzo, il linguaggio è un altro. Nei talk show televisivi fioccano dichiarazioni di ex ufficiali e analisti militari che minacciano ritorsioni, alcuni arrivano a ipotizzare che l’attacco sia stato “fabbricato” dall’India stessa per alimentare un clima da guerra utile alla politica interna. In mezzo a questo rumore, una battuta: “Nel 2019 abbiamo offerto il tè al loro pilota. Questa volta potremmo aggiungere i biscotti.”

Diverso dal 2019, più instabile e più pericoloso
Ma rispetto al 2019 — quando un attentato suicida a Pulwama scatenò raid aerei e scontri tra caccia militari — il contesto è cambiato. L’attacco non ha preso di mira obiettivi militari ma civili disarmati, turisti, famiglie. Non è stato rivendicato in modo ufficiale da un gruppo con struttura militare nota, ma da una sigla fluida, difficile da inquadrare. E soprattutto, la risposta indiana è più fredda, più strutturata, più pericolosa.

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Media, strategia e retorica di guerra
I media allineati al governo parlano già apertamente della possibilità di un’azione militare “mirata”. Il Primo Ministro Modi, sotto pressione per la gestione interna e internazionale — tra crisi economiche e tensioni con gli Stati Uniti per i dazi — potrebbe sfruttare l’attacco per ottenere nuove sponde internazionali e rafforzare la propria immagine di leader forte. Il Pakistan teme proprio questo: che l’India trasformi la questione del Kashmir in una “emergenza antiterrorismo” da far digerire a Washington.

La linea di controllo e l’incertezza totale
Nel frattempo, lungo la Linea di Controllo, l’esercito pakistano è in stato d’allerta, pronto ad affrontare eventuali “incursioni preventive” indiane. Ma anche qui il linguaggio ufficiale è ambiguo. Il Pakistan sa di non potersi permettere una guerra totale. L’India, invece, può permettersi di minacciarla.

L’incognita di questa nuova crisi
In questo scenario, le analogie con il passato servono a poco. Nel 2019 la guerra fu evitata per caso, per stanchezza, forse per fortuna. Ma oggi la fortuna è più scarsa. I canali diplomatici sono più fragili. Le agenzie di contenimento multilaterali — ONU, potenze terze — sono marginali o distratte. E il mondo è meno stabile di quanto fosse sei anni fa.

Una domanda che pesa più di tutte
La domanda non è più solo se ci sarà una guerra. La domanda è se qualcuno, tra India e Pakistan, ha ancora la forza o l’interesse a impedirla.

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