Cinque consulenze tecniche. Sono quelle che la difesa di Andrea Sempio, indagato per l’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto a Garlasco il 13 agosto 2007, ha depositato il 16 ottobre, in replica alle relazioni dei consulenti della Procura, rese note nella seconda discovery del 28 settembre scorso. Secondo gli esperti incaricati dai legali Angela Taccia e Liborio Cataliotti, che assistono Sempio, le impronte di calzatura rivenute sulla scena del crimine risulterebbero più compatibili con una taglia 40 che con una 42; la traccia 33 rivenuta sulla parete della scala di casa Poggi che conduce in cantina, non avrebbe natura ematica e il profilo genetico recuperato sulle unghie della vittima non sarebbe riconducibile a Sempio. Dal punto di vista medico-legale, la difesa contesta l’affidabilità della valutazione che estende fino a circa un’ora l’intervallo tra l’inizio dell’aggressione e la morte di Chiara.
Giorni fa, l’avvocato Cataliotti ha definito le nuove cinque consulenze “ponderose”: in relazione “non solo alla fatica ma proprio all’entità delle consulenze, perché sono di settanta, ottanta, cento pagine l’una, quindi parliamo di un lavoro mastodontico e molto serio.”
Il legale ha parlato di “un alto tasso di scientificità, come ci è stato giustamente richiesto dalla Procura della Repubblica, cui daremo ampia soddisfazione non tanto per l’esito ma per il substrato di scienza che lo caratterizza.” Gli elaborati dei consulenti della difesa “vanno ad affrontare tutti i temi che sono stati sviscerati, dal nostro punto di vista in modo criticabile, da parte delle consulenze della Procura.” “Noi ci sentiamo forti su tutto”, ha aggiunto, “però c’è un dato che dal mio punto di vista è ‘tranchant’, cioè l’impronta per terra. Ce ne sono venticinque. Se le impronte lasciate sono più piccole di quanto sia il piede di Andrea Sempio, questa è una prova a discarico che esclude in radice che Andrea Sempio possa essere l’artefice dell’omicidio.”
Per le consulenze della Procura il piede dell’indagato risulterebbe invece compatibile con l’impronta a pallini rivenuta sulla scena del crimine. “L’impronta 6 a terra” ha dichiarato Cataliotti “è stata trattata con strumentazione in 3D” e l’esame consentirebbe di sostenere la non compatibilità col piede di Sempio. “Abbiamo lavorato con medici, professori universitari e ingegneri”, ha aggiunto il legale, “e sull’impronta 33 abbiamo fatto altrettanto. Abbiamo ripetuto anche tutte le sperimentazioni fatte per verificare se cromaticamente si possa inferire la presenza di sangue”, possibilità che i consulenti della Procura non hanno escluso.
“Questi nuovi accertamenti forse possono andare anche a vantaggio di Alberto Stasi”, ha recentemente dichiarato l’avvocata Taccia. “Non è che noi ci mettiamo in una posizione per cui salviamo il nostro assistito e incolpiamo un altro. Se tutti gli accertamenti sono granitici e scientifici non ci importa se vanno a favore o sfavore di qualcuno.”
Il riferimento è alla richiamata impronta della scarpa dell’assassino di Chiara Poggi, che “potrebbe essere un 39/40.” “Sì, proprio a quello mi riferivo”, ha aggiunto Taccia rispondendo a un giornalista. “Ci sono dei dati che eventualmente forse potranno essere presi in considerazione anche dalla difesa Stasi, è una dimostrazione concreta dell’onestà intellettuale del team Sempio.”
Spingersi un po’ (con tutte le cautele)
Nei giorni scorsi non sono mancati sviluppi e polemiche, in particolar modo correlati alle indagini sul delitto condotte nel 2007 e approdate alla condanna di Alberto Stasi. In discussione, nello specifico, l’operato dei componenti del Ris incaricati di effettuare gli accertamenti tecnici sulle tracce recuperate allora. Il tutto grazie all’esame della relativa documentazione, recepita nel materiale messo a disposizione della Procura in esito alla nuova inchiesta.
Iniziamo proprio con la relazione tecnica relativa all’impronta di calzatura di cui oggi parla anche la difesa di Sempio, dando conto di documentazione resa nota dalla trasmissione Ore 14, in onda su Rai Due.
Vediamo. E-mail dell’allora comandante Luciano Garofano ai suoi collaboratori, mercoledì 27 agosto 2008 ore 0,07. Oggetto: Garlasco. “Grazie e aspetto la bozza di Garlasco: mi raccomando, una trattazione pratica ma anche teorica sulla tipologia delle macchie (che Avato1 ha ignorato) con i relativi riferimenti di letteratura, che ci consentano di ridicolizzare le sue ‘baggianate’. A presto. E buon lavoro.”
Nella sua relazione, datata lo stesso giorno, 27 agosto 2008, l’allora capitano Aldo Mattei menziona appunto le impronte di scarpa rinvenute sulla scena del crimine. “Sono tutte riferibili a un’unica tipologia di suola”, scrive. E, con riferimento all’impronta a pallini: “L’impronta numero 6 è incompleta.” “Non è possibile fornire un’indicazione univoca, riguardo le taglie, compatibile con le impronte rilevate sulla scena criminis.” “Non si può escludere che un paio di calzature, di taglie compatibili con quelle abitualmente calzate dall’indagato2, abbia prodotto le tracce rinvenute al piano terreno dell’abitazione della famiglia Poggi.”
Riscontro via e-mail di Garofano, 27 agosto, ore 10,04: “In linea di massima va bene. Anzi, non voglio essere troppo severo, è ottimamente impostata. […] La parte relativa all’impronta di scarpa, in effetti, non è stata affrontata da Avato però se il cap. Mattei si spingesse un po’ sull’unicità del disegno ed adombrasse una misura (con tutte le cautele del caso), sarebbe auspicabile.”
E-mail di Mattei, giovedì 28 agosto 2008, ore 0,37: esaminando l’impronta di calzatura, “potrebbe ricavarsi una taglia tra la 39 e la 40, variabile a seconda del modello, ma comunque sempre inferiore alla 41. Pertanto, attribuire la traccia n. 6 – in maniera univoca – ad una calzatura 42-433 sarebbe un’assunzione aleatoria e, a mio parere, assolutamente controproducente per il dibattimento.” Nondimeno, nel testo si legge che “le tracce sono compatibili con la taglia di Stasi, proprio in ragione della loro incompletezza.”
Reperti distrutti
Tra le carte depositate dalla Procura di Pavia al termine della nuova indagine su Sempio, vi sono documenti che hanno permesso di acclarare che le provette con il Dna degli esami relativi all’omicidio di Chiara Poggi sono state distrutte sei anni prima del via libera ufficiale della Corte d’Assise d’Appello di Milano. L’ordine risalirebbe al settembre 2016 e sarebbe stato impartito, si legge sul Corriere della Sera, dal tenente colonnello Alberto Marino, che nel 2007 si era appunto occupato delle indagini genetiche del caso, comprese quelle – oggi oggetto di una ulteriore, specifica inchiesta della Procura – sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi.
Tale distruzione anticipata risulta dalla “relazione di servizio” sottoscritta il 3 novembre 2025 dal colonnello Matteo Donghi, in risposta alla richiesta del procuratore aggiunto Stefano Civardi, che chiedeva conto dei reperti – o appunto degli eventuali, relativi “verbali di distruzione” – menzionati in una memoria della difesa di Stasi datata 28 agosto 2025, non rinvenuti.
Lo scorso maggio, in occasione della prima discovery, la Procura aveva attestato che la “fialetta originariamente contenente il ‘grattato’” dell’intonaco dell’impronta 33 “non è stata rinvenuta il 17 giugno 2025 nei reperti provenienti dal Ris di Parma” e che il 9 giugno 2025 Alberto Marino del Ris aveva dichiarato ai Pm che “l’intonaco grattato risulta allo stato interamente utilizzato.”
In un verbale del Ris relativo all’inizio di attività di indagine genetica, risalente al 4 settembre 2007, lo stesso Marino aveva scritto che, d’intesa con i consulenti tecnici delle parti, “comunque verranno conservati tutti gli eluiti della tracce (Dna estratto) e messi successivamente a disposizione dell’autorità giudiziaria al termine di tutte le analisi.”
Nella richiamata relazione di servizio, il colonnello Donghi riferisce di aver compiuto “ricerche e approfondimenti al fine di stabilire la data in cui furono collettivamente smaltiti gli estratti del Dna.” “A esplicita richiesta di questo comandante, il 14 ottobre 2025, il luogotenente Massimiliano Stabile riferiva che l’ordine di alienare gli eluiti fu emesso dal tenente colonnello Marino poco dopo l’assunzione del comando della Sezione biologia, avvenuta nel maggio 2016.” Dato supportato anche dalle dichiarazioni del tenente colonnello Nicola Staiti, che ha confermato a Donghi “uno smaltimento collettivo degli eluiti sotto il comando di Marino.” Lo stesso Staiti ha inoltre consegnato fotografie nelle quali “si notano le operazioni propedeutiche allo spegnimento del freezer da parte di personale tecnico il giorno 15 settembre 2016” nonché “le provette contenenti gli eluiti all’interno dei sacchi per lo smaltimento dei rifiuti speciali.”
Esiti contrastanti
Altro elemento attualmente all’esame del Pm, cui abbiamo già accennato su queste colonne: le contraddizioni negli esiti dell’identificazione del materiale genetico recuperato dai pedali della bicicletta di Alberto Stasi e la mancata comunicazione, da parte dei consulenti al magistrato inquirente, di due esiti delle analisi condotte.
Mercoledì 19 settembre 2007: un esame (una “corsa”) effettuato sulle tracce genetiche in questione (“bu_p”) alle ore 15,35 ha identificato un “profilo parziale”, non attribuibile. Nei commenti del file si parla di un profilo “evaporato”. Ripetuto alle 18,37, l’esame è invece approdato a un “match” con il Dna di Chiara Poggi. L’esito che, in questi giorni, si è detto abbia fornito un Dna “bellissimo”. Non caricato da Marino, come il precedente, ma da un operatore con sigla “Port”. Un risultato che verrà comunicato agli inquirenti e mai messo in discussione. Nonostante due ulteriori esami condotti il giorno successivo, sempre sulla traccia bu_p, dagli esiti negativi, non resi noti.
“Le mie domande sono semplici”
Estratto dell’audizione di Alberto Marino dinanzi al procuratore aggiunto Stefano Civardi e alle sostitute procuratrici Giuliana Rizza e Valentina De Stefano, 10 settembre 2026.
Civardi: “Ci sono due corse in frontale contraddizione sullo stesso reperto. Abbiamo un dato che contraddice l’altro. A lei chiedo: che è successo?”
Marino: “Non me lo ricordo. Le posso dire che sì… è certamente curioso… sarebbe bello capire esattamente… ma non è così assurdo. Ci possono essere mille errori, il caricamento, il pipettamento, lo strumento quel giorno lì che non andava bene. Non è che butto via tutto perché una delle due repliche è venuta male. Capisco che è curiosa ‘sta cosa, ma…”
Civardi: “No, no, ma le mie domande sono semplici. Perché ha proceduto a effettuare altre due corse se aveva un dato inoppugnabile?”
Marino: “Non so… la… probabilmente la voglia di approfondire, di replicare, di consolidarlo, eccetera.”
Civardi: “Sì, però, scusi, seguiamo un filo logico. Una volta che non si ferma lì e fa le analisi e le viene il risultato diametralmente contrario, che fa?”
Marino: “Guardi, che le devo dire? Sarà stato un tentativo di replicare al volo l’analisi, che poi è venuto male e si è detto: ‘Vabbé, tanto il dato l’abbiamo già acquisito.’ D’altronde…D’altronde, a mio parere…”
Civardi: “Sì, però, scusi…”
Marino: “Lo so che non è in discussione la buona fede… però, voglio dire… uno avrebbe potuto cancellarlo e dire: ‘Questo mi è venuto male, via, via via…’ E invece…”
Civardi: “No, ma lei l’ha cancellato di fatto, perché non l’ha mai comunicato a nessuno, questo.”
Scambio di provette?
Ed è a ridosso di tali accertamenti genetici che la Procura di Pavia oggi ipotizza lo scambio della provetta contenente la traccia ricavata dal pedale con quella contenente le tracce provenienti dal cucchiaino repertato nella cucina di casa Poggi. Gli esami di queste ultime tracce avrebbero inizialmente riportato un tracciato piatto (totale assenza di Dna), in seguito un esito illeggibile e, infine, sarebbero invece approdati all’identificazione del Dna di Chiara Poggi. Curiosamente, la quantità di Dna della vittima risultante sul reperto – 2,78 nanogrammi – è la medesima che si asserisce presente sul pedale della bicicletta di Stasi.
Un test specifico per il sangue umano
Ulteriore tassello del puzzle relativo all’indagine del 2007 che la Procura è ora impegnata a ricostruire, sempre relativo all’esame dei pedali della bicicletta di Stasi. Il Tg1 ha recentemente diffuso una relazione redatta nel settembre 2007 dall’allora capitano Marino, nella quale risultano riportati i soli esiti – positivi – del Combur Test, la prova generica per rilevare la presenza di tracce ematiche. Omesso, invece, l’esito dell’Obti test, l’esame specifico per l’individuazione del sangue umano: un accertamento che, secondo gli appunti di lavoro dello stesso Marino, sarebbe invece risultato nettamente negativo.
Dna maschile
All’esame della Procura anche un foglio di lavoro del Ris acquisito lo scorso 11 settembre, relativo a un campione indicato come “bu_p_bis” e datato 26 settembre 2007. Il documento dà conto di analisi condotte su materiale riferibile ai pedali della bicicletta di Stasi che, nella documentazione esaminata dai consulenti della Procura Carlo Previderé e Pierangela Grignani, viene indicato in parte come “Dna umano” e in parte come “Dna maschile”. Secondo l’Ansa, neanche questo foglio sarebbe stato inserito nelle relazioni trasmesse ai Pm nel 2007.
“Chi ha sbagliato ne risponderà”
Nei giorni scorsi, il comandante generale dei carabinieri, Salvatore Luongo, è stato intervistato dal Tg1 in merito alle criticità nell’indagine del 2007 emerse nel corso dell’inchiesta attuale. “Se la magistratura accerterà irregolarità o responsabilità individuali nel passato, la risposta dell’Arma sarà di totale collaborazione, di massima trasparenza e anche assoluta fermezza”, ha dichiarato. “Eventuali errori o condotte illecite dei singoli non devono intaccare l’onorabilità di migliaia di Carabinieri, né tantomeno il valore del Ris, ma chi ha sbagliato ne risponderà in ogni sede.”
Una consulenza “informale”
Tredici pagine. Senza data né firma. Ma, sul primo foglio, l’intestazione della dottoressa Alessandra Bramante, psicologa e criminologa clinica. È la “Valutazione psicologica” su Alberto Stasi di cui si è parlato nei giorni scorsi. Un altro dei documenti recuperato dagli inquirenti attualmente impegnati nell’indagine sul delitto e nel ripercorrere l’inchiesta originaria. La relazione si trovava all’interno di una serie di cartelle informatiche consegnate dai Ris su richiesta della Procura di Pavia, tra materiali mai confluiti nel fascicolo processuale.
Nel testo sono riportate tabelle che pongono a confronto dichiarazioni rilasciate da Alberto Stasi nel “verbale di assunzione informazioni del 13 agosto 2007 alle ore 16”, nel “verbale del 17 agosto alle 16.45” e nel “verbale di presentazione spontanea di persona sottoposta ad indagini del 22 agosto 2007 alle 14.10”.
In fondo, alcune considerazioni su asseriti tratti psicologici-comportamentali del giovane: “Pensieri e impressioni (basati ovviamente sulle carte).” “Troppe contraddizioni e ‘parole rimangiate’ su dati forniti come certezze”; “Freddezza”; “Mancanza assoluta di emozioni (positive o negative)”; “Calcolatore”; “Alcune frasi sono riportate in modo meccanico come se fossero state imparate a memoria”; “Non cede mai ma riesce sempre a ribattere ‘pur arrampicandosi sugli specchi’”; “Indifferenza estrema nei confronti della vittima, come se neppure la conoscesse”; “Regali stravaganti (completino intimi e vibratore) quando il sesso sembra essere con Chiara l’ultimo dei suoi pensieri (a parole ovviamente)”; “Stanno insieme e non ricorda nemmeno se usa il pigiama oppure no”; “Rapporto tra i due molto strano (non frequentavano le famiglie, si vedevano solo una volta a settimana, tutto l’interesse per il sesso e poi si faceva solo a casa… boh)”; “Chiara non è mai pensata… come se non fosse mai stata la sua fidanzata (tanto che dice ai soccorritori che c’è una ragazza morta)”; “Molto centrato su di sé”; “Tendenza narcisistica”; “Manipolatore”; “Molto contenuto”; “Tendenza al controllo anzi all’ipercontrollo”; “Ambivalenza e contraddizioni rispetto al sesso”.
Quanto scritto – che riteniamo inappropriato definire relazione tecnica in senso proprio, perché basato su risultanze documentali che riportano (e a loro volta, nel farlo, anche involontariamente interpretano) le dichiarazioni di un soggetto che l’analista non ha provveduto a esaminare direttamente e personalmente – propone quindi una serie di elementi idonei a codificare quelle che definiremmo le linee guida della successiva narrazione “anti-Stasi”, per anni reiterata in ambito mediatico e tutt’ora riproposta e ribadita dai sostenitori della colpevolezza del fidanzato di Chiara Poggi.
A ridosso del rinvenimento dell’elaborato ci si è chiesti chi avesse all’epoca conferito l’incarico alla psicologa, attesa l’assenza di atti di nomina da parte dell’allora Pm di Vigevano, Rosa Muscio. La dottoressa Bramante, ospite nella trasmissione Ore 14, ha affermato: “Non ho mai fatto nessun profilo. Se faccio relazioni metto data e firma.”
“Mi incuriosiva la figura di Stasi, allora ho chiesto a una psicologa mia amica di fare una sua valutazione”. Sono le parole di Luciano Garofano, riportate in un articolo pubblicato giorni fa su Libero, a firma del giornalista Luca Fazzo. Per redigere l’elaborato “informale”, la specialista – considera Open – ha preso necessariamente visione anche atti coperti allora da segreto istruttorio, come appunto i verbali degli interrogatori di Alberto Stasi.
La posizione della famiglia Poggi
In vista della probabile richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di Andrea Sempio, la famiglia Poggi ha recentemente ribadito, tramite i suoi legali, che non intende costituirsi parte civile. “Non abbiamo da avanzare alcuna pretesa economica nei confronti di persone innocenti”, ha dichiarato l’avvocato Francesco Compagna, che assiste la famiglia di Chiara insieme al collega Gianluigi Tizzoni.
Vige del resto, nel nostro ordinamento, il cosiddetto divieto di duplicazione del risarcimento per lo stesso danno. La responsabilità civile ha una funzione essenzialmente reintegratoria e riparatoria, non sanzionatoria o punitiva. Il danneggiato ha pertanto diritto a essere rifuso esattamente della perdita subita (restitutio in integrum), ma non può lucrare sul danno ottenendo lo stesso ristoro due volte da soggetti diversi.
In sede penale, la famiglia Poggi rimane comunque parte offesa dall’omicidio di Chiara. Ha perciò il diritto di ricevere notifiche, presentare memorie, opporsi a eventuali archiviazioni e partecipare alle udienze, in quanto titolare di un interesse legittimo all’accertamento della verità dei fatti. Se, in futuro, la condanna nei confronti di Alberto Stasi verrà davvero caducata al termine del preannunciato processo di revisione, la famiglia Poggi potrà – solo allora – agire civilmente contro chi sarà eventualmente ritenuto il responsabile del delitto, previa restituzione a Stasi del risarcimento da lui in precedenza corrisposto.”
Recentemente intervistati dalla trasmissione Verissimo, i genitori di Chiara Poggi hanno ribadito il loro fermo convincimento della colpevolezza di Stasi. “Noi abbiamo fatto cinque processi, otto anni di processi, e sono lunghi”, ha detto il padre. “Non è che ci intestardiamo. Se la giustizia ci darà un nuovo colpevole, ne prenderemo atto”, però “non è che perché una Procura fa un’indagine, allora si accende la lampadina e uno cambia idea.” “Per noi [il colpevole] è quello. Fino a quando la giustizia non ci darà un altro nome. Se ne darà un altro ne prenderemo atto”, ha aggiunto la madre.
Il giudicato e la fallibilità umana
Posizione, questa, che dal punto di vista umano può ritenersi di certo comprensibile. Resta tuttavia il fatto che, relativamente alla colpevolezza di Stasi, da molti ritenuta fin dall’inizio pronunciata “non oltre ogni ragionevole dubbio”, stiano da tempo emergendo elementi che ci sembrano effettivamente idonei a sollevare forti perplessità. Qualcuno ritiene di poter minimizzare gli esiti in tal senso dell’attuale inchiesta – di cui qui abbiamo tentato di fornire alcuni sviluppi – richiamandosi appunto alla sussistenza di una condanna ormai passata in giudicato.
Ma il giudicato, com’è ovvio, non rende giusta una eventuale sentenza sbagliata. Scaturisce da un decorso del tempo che sottrae la pronuncia giudiziaria agli ordinari mezzi di impugnazione. E nessuno di noi, operatori del diritto compresi, è esente dal costante rischio di commettere degli errori di valutazione. Da qui, l’istituto della revisione, che l’ordinamento appronta appunto avverso le sentenze ormai passate in giudicato. Quel giudicato la cui forza, secondo le parole del grande giurista italiano Salvatore Satta, talvolta “copre, assai più che la terra, gli errori dei giudici.”4
1 Il consulente della difesa di Alberto Stasi.
2 Alberto Stasi.
3 Sembra accertato che Stasi calzasse la misura 42.
4 S. Satta, Il mistero del processo, Adelphi, Milano, 1994, p. 24.



