Nel 2023, il Canada ha registrato un numero significativo di decessi tramite Medical Assistance in Dying (MAID), con circa il 5% dei decessi totali attribuiti a questa pratica. In particolare, la provincia del Quebec ha mostrato il tasso pro capite più elevato. La legislazione canadese in materia di MAID è considerata tra le più permissive a livello globale.
Evoluzione della legge canadese
La legge iniziale sul MAID, approvata nel 2016, limitava l’accesso all’assistenza medica alla morte ai pazienti adulti affetti da malattie gravi e incurabili, in uno stato avanzato di declino irreversibile delle capacità, e con una morte naturale “ragionevolmente prevedibile”. Tuttavia, nel 2021, il Parlamento canadese ha approvato il disegno di legge C-7, che ha eliminato il requisito della morte prevedibile, estendendo l’accesso al MAID a individui con malattie croniche o disabilità non terminali, purché sperimentassero sofferenze fisiche o psicologiche persistenti e intollerabili. Questa estensione è nota come “Track 2”.
Inoltre, è stata prevista l’estensione dell’eleggibilità al MAID per le persone affette esclusivamente da malattie mentali, inizialmente prevista per marzo 2023, ma successivamente posticipata al 2027 per consentire ulteriori valutazioni e preparazioni.
Dibattito e controversie
L’espansione del MAID ha suscitato un acceso dibattito in Canada. Alcuni sostenitori vedono nella legge un atto di compassione, che offre sollievo a chi soffre di condizioni debilitanti. Tuttavia, organizzazioni per i diritti delle persone con disabilità hanno espresso preoccupazioni, sostenendo che l’accesso al MAID per persone non terminali potrebbe riflettere e perpetuare discriminazioni sistemiche. Critici hanno evidenziato casi in cui individui con disabilità hanno richiesto il MAID a causa di condizioni socioeconomiche precarie, sollevando interrogativi sull’adeguatezza dei supporti sociali disponibili.

La comunità internazionale ha osservato con attenzione l’evoluzione della legislazione canadese. Alcuni esperti e organizzazioni hanno sollevato preoccupazioni riguardo all’equilibrio tra l’autonomia individuale e la protezione delle persone vulnerabili, sottolineando la necessità di garantire che le decisioni siano prese in un contesto di piena informazione e supporto adeguato.
Italia: il coraggio fermo in Parlamento
Mentre in Canada si discute su limiti e garanzie da rafforzare, in Italia si è ancora fermi alla soglia. Nonostante la Corte Costituzionale, nel 2019, abbia aperto una via legale al suicidio medicalmente assistito in casi molto circoscritti, una legge sul fine vita ancora non esiste.
E non per mancanza di iniziativa: l’Associazione Luca Coscioni da anni chiede una regolamentazione chiara e dignitosa, ha raccolto centinaia di migliaia di firme per una proposta di legge popolare, e porta avanti campagne di informazione e pressione civile. Ma la politica, come troppo spesso accade quando si parla di diritti civili in Italia, resta in stallo.
Nel frattempo, le persone malate che vogliono accedere al suicidio assistito sono costrette a rivolgersi ai tribunali, a passare per perizie e burocrazie, o a cercare vie estere – con costi e sofferenze che si sommano a quelle della malattia.
Eppure, i sondaggi parlano chiaro: circa il 75% degli italiani sarebbe favorevole a una legge che riconosca la libertà di scegliere come e quando morire in determinate condizioni. Un consenso ampio, trasversale, che resta però senza voce nei palazzi del potere.



