Nel 2024 gli Stati Uniti hanno registrato il più alto numero di persone senza dimora da quando esiste la rilevazione nazionale: 771.480 individui in una sola notte di gennaio, pari a 23 ogni 10.000 abitanti, con un balzo dell’18,1% rispetto al 2023.
L’aumento ha cancellato i progressi del decennio precedente e non riguarda solo gli adulti soli: crescono anche famiglie, minori e anziani. Inflazione, canoni e prezzi delle case in aumento, fine delle misure emergenziali post-pandemia e redditi fermi hanno trasformato una crisi congiunturale in un fenomeno strutturale.
A influire non è soltanto l’economia. Nel 2024 la Corte Suprema ha dato mano libera alle città per vietare e sanzionare il “campeggio” negli spazi pubblici, superando l’orientamento che dal 2018 limitava divieti e sgomberi quando i posti letto nei rifugi erano insufficienti.
Di conseguenza molte amministrazioni hanno riscritto le ordinanze, ampliando gli strumenti di rimozione degli insediamenti informali.
Nel 2025 l’indirizzo federale ha accentuato questa linea, collegando homelessness, salute mentale e uso di sostanze e spingendo gli Stati a interventi più coercitivi.
La priorità dichiarata è riportare “decoro” in centro città e nei parchi; l’effetto concreto, in luoghi ad alta visibilità come Washington, è stato un’accelerazione degli sgomberi, tra l’approvazione di parte dell’opinione pubblica e le proteste delle organizzazioni che assistono i senza dimora.

Resta la domanda decisiva: gli sgomberi riducono davvero la vita in strada? L’esperienza delle città che li hanno adottati in modo sistematico indica che il risultato più frequente è lo spostamento del problema di qualche isolato, mentre aumentano i costi per polizia, tribunali e sanità d’emergenza.
La criminalizzazione produce cicli di multe, arresti e ricoveri che finiscono per gravare sui bilanci più di quanto costerebbe stabilizzare le persone con un alloggio e servizi di supporto.
Dove si è insistito sul binomio “casa + servizi”, gli esiti sono più robusti. Houston è il caso più citato: la collaborazione tra municipalità, contea e non profit ha permesso, nell’ultimo decennio, di ridurre sensibilmente la vita in strada, puntando su alloggi permanenti e accompagnamento sociale.
Anche in Utah, pur tra oscillazioni e dispute metodologiche, l’espansione dell’offerta abitativa con sostegno ha coinciso con cali significativi della cronicità. Non sono ricette miracolose, ma scelte chiare di priorità: la casa non come premio finale di un percorso perfetto, bensì come condizione di partenza perché un percorso abbia possibilità di riuscita.
Il quadro è netto: una crisi di accessibilità che gonfia i numeri nazionali e una svolta normativa che rende più facili gli sgomberi. Sul terreno, però, a fare la differenza è lo strumento scelto. Se l’obiettivo è ridurre davvero la vita in strada, investire in alloggi stabili e servizi personalizzati si dimostra più efficace — e spesso meno costoso — della spirale di rimozioni, multe e arresti.
I prossimi conteggi diranno se l’America imboccherà la strada della stabilizzazione o se continuerà a spostare le tende senza incidere sulle cause che le fanno nascere.



