La filiera del riciclo tessile urbano in Italia è arrivata a un punto critico. I costi per la raccolta degli indumenti usati sono ormai superiori al ricavo che si può ottenere dalla vendita di quanto recuperato.
Un paradosso che rischia di far collassare l’intero sistema, lasciando i Comuni senza un servizio essenziale e aumentando il peso dei rifiuti indifferenziati.
Il campanello d’allarme è stato lanciato da Unirau e Ariu, due associazioni che rappresentano imprese e cooperative del settore, con il supporto di Retessile.
Il loro report, consegnato ad Anci e Utilitalia, mostra con chiarezza i numeri di un’emergenza silenziosa: i costi di raccolta variano tra i 306 e i 366 euro a tonnellata, mentre il valore di vendita della merce raccolta è ormai sceso sotto i 300 euro, e continua a calare.
Alla base di questo squilibrio ci sono fattori strutturali e congiunturali: l’obbligo di raccolta differenziata dei tessili, esteso a tutti i Paesi europei dal 2025 ma già in vigore in Italia dal 2022, ha aumentato notevolmente la quantità di materiale in circolazione.
Ma la qualità degli scarti, spesso legata al fast fashion di bassa lega, è peggiorata. Inoltre, la concorrenza globale nel mercato dell’usato, trainata dal “super fast fashion” cinese, ha fatto crollare i prezzi.

Il sistema, che per anni si era retto grazie all’autofinanziamento garantito dal valore della merce selezionata per il riuso o il riciclo, oggi non è più sostenibile.
Le imprese italiane si trovano nella paradossale condizione di dover vendere sottocosto per restare nel mercato, mentre alcuni selezionatori preferiscono acquistare raccolte da altri Paesi europei, considerate di qualità superiore e più convenienti.
Nel frattempo, si attende l’istituzione di un regime di responsabilità estesa del produttore (EPR), sia a livello nazionale che europeo.
Il Ministero dell’Ambiente e la Commissione UE stanno lavorando a provvedimenti che dovrebbero essere approvati entro il primo semestre del 2026, ma nel frattempo la situazione rischia di precipitare.
Per evitare il blocco del servizio, le associazioni propongono una serie di misure temporanee: introdurre prezzi agevolati per lo smaltimento degli scarti, sospendere eventuali royalties previste da gare passate, evitare bandi che puntino solo ad aumentare i quantitativi raccolti e passare da gare al massimo rialzo a quelle al massimo ribasso.
L’obiettivo è dare un po’ di respiro alle imprese del settore, evitando che la crisi travolga l’intero sistema pubblico di raccolta e riciclo.
Se nulla verrà fatto, il rischio è concreto: interruzione dei servizi, aumento dei rifiuti indifferenziati, maggiori costi ambientali per lo smaltimento, e spazio libero per operatori che, per mantenersi sottocosto, potrebbero aggirare le regole sul lavoro e sull’ambiente.



