Un’iniziativa nata con l’obiettivo di rafforzare il dialogo tra il Giappone e l’Africa si è trasformata in una polemica nazionale sulla xenofobia, mettendo in luce fragilità profonde nel discorso pubblico giapponese sull’immigrazione.
È successo quando la Japan International Cooperation Agency (JICA), al termine della conferenza TICAD 9 – Tokyo International Conference on African Development – ha designato quattro città giapponesi come “città natale dell’Africa”, ciascuna legata a uno specifico Paese africano: Imabari (Mozambico), Kisarazu (Nigeria), Sanjo (Ghana) e Nagai (Tanzania).
L’iniziativa, presentata come un’occasione di scambi culturali, sportivi e educativi – con eventi, volontari JICA, programmi scolastici e attività giovanili – è stata però fraintesa. Alcuni titoli giornalistici stranieri, come “JICA dedica Nagai alla Tanzania”, tradotti poi su social network giapponesi, hanno suggerito un presunto trasferimento di sovranità o apertura di migrazioni.
In molti hanno creduto che il termine “dedicare” potesse significare “consegnare”, generando un clima di panico: “Chi se ne assume la responsabilità se arriveranno immigrati in massa?”, si leggeva in post virali che hanno riscosso milioni di visualizzazioni.

La reazione è stata immediata. Le amministrazioni locali, sopraffatte dalle proteste – come a Sanjo, che ha ricevuto 350 telefonate e 3.500 e‑mail in un solo giorno – hanno dovuto chiarire che la designazione non comportava alcun diritto di immigrazione né apertura di visti speciali. Anche l’Ufficio del Capo di Gabinetto, attraverso Yoshimasa Hayashi, e il Ministero degli Esteri hanno smentito ufficialmente le voci sull’immigrazione, ribadendo che si trattava solo di scambi culturali.
La JICA ha inoltre sollecitato i media coinvolti – compresi quelli africani – e il governo nigeriano a rettificare le informazioni inesatte diffuse, definendole fuorvianti. In Nigeria, ad esempio, un comunicato sulle “categorie di visto speciale per giovani qualificati” è stato ritirato e corretto.
Ma il caso non si limita a un semplice errore di comunicazione. Esso evidenzia le tensioni profonde attive nella società giapponese, dove l’immigrazione rappresenta un tema estremamente sensibile. Il Paese, con un tasso di omogeneità etnica fra i più alti al mondo, sta affrontando problemi demografici – invecchiamento della popolazione, scarsità di manodopera – ma rimane restìo ad aprirsi.
La testimonianza comparsa online, in cui taluni chiedono lo smantellamento della JICA, riflette un clima xenofobo alimentato da una crescente politica nazionalista, espressa anche dall’ascesa del partito populista Sanseito con slogan del tipo “Japan First”.
In questo contesto, un’iniziativa volta a promuovere la cooperazione internazionale – accolta con entusiasmo a livello istituzionale – si è trasformata in un caso emblematico della fragilità del discorso pubblico. Un progetto di gemellaggio culturale, nato per avvicinare mondi diversi, è diventato un terreno di scontro simbolico su paura, ignoranza e diffidenza.



