Il Sudan vive uno dei conflitti più devastanti della sua storia, una guerra brutale iniziata nell’aprile 2023 e che, dopo oltre 20 mesi, ha lasciato il paese in ginocchio. Il recente annuncio degli Stati Uniti del 7 gennaio 2025, che impone sanzioni contro Mohamed Hamdan Dagalo, leader delle Rapid Support Forces (RSF), accusandolo di genocidio, evidenzia la gravità della situazione.
Tuttavia, dietro a questo gesto simbolico, emerge una realtà più profonda: non esiste una vittoria militare all’orizzonte, né una pace sostenibile che si basi sugli attuali attori principali, le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le RSF.
Le devastazioni della guerra
La guerra ha trasformato il Sudan in un deserto umano e materiale. Khartoum, la capitale, e numerosi centri urbani e villaggi sono stati rasi al suolo. Secondo i dati delle Nazioni Unite, oltre 4 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le loro case, generando la più grande crisi di sfollamento al mondo nel 2023 e 2024. Almeno 9.000 civili sono stati uccisi, ma si stima che il numero reale sia molto più alto, dato il collasso delle infrastrutture e la difficoltà di accesso alle aree di conflitto.
La situazione umanitaria è disastrosa: circa 20,3 milioni di persone – quasi la metà della popolazione sudanese – soffrono di insicurezza alimentare acuta. La carestia in corso potrebbe essere la peggiore in Africa degli ultimi 100 anni, mentre la mancanza di accesso a cure mediche di base ha aggravato epidemie di malaria, colera e morbillo, causando migliaia di morti evitabili. La povertà estrema è esplosa, con oltre il 65% della popolazione al di sotto della soglia di sopravvivenza.
Una guerra senza vincitori
La guerra in Sudan non è una lotta tra un governo legittimo e un gruppo ribelle, ma un conflitto di “debolezza simmetrica”: né le SAF né le RSF hanno la capacità di prevalere militarmente o politicamente.
Entrambe le fazioni sono supportate da potenti attori internazionali. La SAF riceve sostegno da Russia, Egitto e Iran, mentre le RSF beneficiano del supporto degli Emirati Arabi Uniti. Tuttavia, questa competizione geopolitica sta ulteriormente frammentando il Sudan e impedendo qualsiasi soluzione pacifica.
Il ruolo della comunità internazionale e regionale
La chiave per risolvere il conflitto sudanese risiede negli attori mediorientali e nei paesi vicini. Stati come Arabia Saudita, Qatar, Turchia, Emirati Arabi Uniti e Israele, che esercitano una forte influenza in Sudan, devono decidere se continuare a usare il paese come terreno di scontro per le loro rivalità o promuovere una soluzione diplomatica.
Anche i vicini del Sudan – Ciad, Egitto, Etiopia, Eritrea, Kenya e Sudan del Sud – hanno un ruolo cruciale nel mediare una pace. Tuttavia, il consenso regionale è stato finora ostacolato dagli interessi divergenti e dalle interferenze esterne, inclusa la fornitura di armi ai belligeranti.
Gli osservatori internazionali sottolineano che, nonostante la drammaticità della situazione, esistono ancora possibilità concrete per avviare un percorso verso la pace in Sudan. Tra le proposte emerse, si evidenzia l’urgenza di escludere i leader belligeranti dal futuro politico del paese.

La leadership delle Forze Armate Sudanesi (SAF), delle Rapid Support Forces (RSF) e del Partito del Congresso Nazionale, legato all’ex presidente Omar al-Bashir, non dovrebbe avere alcun ruolo in un eventuale governo di transizione. Questo passo è considerato indispensabile per garantire la credibilità e l’indipendenza del processo di pace.
Inoltre, si pone l’accento sulla necessità di preservare l’integrità territoriale e la sovranità del Sudan. È fondamentale che l’unità del paese venga mantenuta e che il monopolio della forza venga restituito a un governo legittimo.
Questo richiede un fermo impegno per porre fine alle interferenze straniere, comprese le forniture di armi e materiali che continuano ad alimentare il conflitto.
Un’altra proposta cruciale è quella di affidare le principali istituzioni sovrane del Sudan, come la banca centrale e la National Petroleum Corporation, a tecnocrati indipendenti. Tali istituzioni devono operare al di fuori del controllo delle fazioni militari, per garantire una gestione trasparente e orientata agli interessi del popolo sudanese.
Infine, gli osservatori sottolineano l’importanza di un forte impegno internazionale. In particolare, si auspica che Stati Uniti, Unione Europea e altri attori globali esercitino una pressione concertata sui paesi mediorientali e sui vicini del Sudan per promuovere un consenso regionale.
Solo un fronte diplomatico unito potrà incentivare le parti coinvolte a mettere da parte le armi e avviare un processo politico inclusivo.
Il Sudan è a un crocevia. Continuare la guerra significa prolungare una crisi umanitaria senza precedenti e destabilizzare ulteriormente una regione già fragile. Tuttavia, una pace duratura richiede un approccio concertato che vada oltre le rivalità geopolitiche e metta al centro il popolo sudanese.
Se gli stati mediorientali e i paesi vicini collaboreranno, sarà possibile costruire un futuro di speranza per una nazione oggi devastata. La pace in Sudan non è solo un imperativo morale, ma una necessità strategica per la stabilità globale.



