Un tranquillo sabato sera, nel piccolo comune francese di Saint-Louis, vicino al confine con Svizzera e Germania, una notizia al telegiornale ha cambiato la vita di 60.000 persone. L’acqua del rubinetto non è più sicura. Pericolosa, potenzialmente tossica.
Le autorità locali avvisano: vietato berla per bambini sotto i due anni, donne incinte, persone fragili. La causa? Un nemico invisibile: i PFAS, le cosiddette “sostanze chimiche eterne”, persistenti nell’ambiente e nel corpo umano, collegate a cancro, disfunzioni immunitarie, problemi riproduttivi e squilibri endocrini.
La fonte dell’inquinamento è stata individuata in anni e anni di utilizzo di schiume antincendio all’aeroporto di Basilea-Mulhouse-Friburgo, operativo dagli anni ’60. Quelle sostanze, per decenni, si sono infiltrate nelle falde acquifere su cui poggia la vita di interi comuni. I test hanno rivelato concentrazioni fino a quattro volte superiori ai limiti raccomandati, un dato devastante.
Nel giro di poche ore è partita la corsa ai supermercati per l’acqua in bottiglia. Scene da lockdown, ma questa volta il virus è nell’acqua, invisibile, persistente. Le famiglie fanno scorta, i pallet di bottiglie si svuotano, i camion raddoppiano le consegne. Il panico cresce. Chi può, riempie la casa di taniche. Chi non può, resta con la paura.
E non basta nemmeno smettere di bere quell’acqua: il veleno è già nel sangue. I primi test indipendenti, commissionati da un’associazione di cittadini, rivelano che molti residenti hanno livelli di PFAS nel sangue superiori di 2-3 volte alla soglia oltre la quale l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare riconosce un rischio per la salute.
Ma Saint-Louis non è un’eccezione. È l’anticipazione di ciò che sta per succedere in mezza Europa. Dal 2026, infatti, entreranno in vigore nuovi limiti comunitari che fissano la soglia a 0,1 microgrammi per litro. Oltre 23.000 siti sono già oggi contaminati in Europa. Di questi, almeno 2.300 superano i nuovi limiti di sicurezza, rendendo concreta la possibilità di vedere replicata la crisi di Saint-Louis in decine, forse centinaia di altre località.
Non si tratta di casi isolati, ma di un’emergenza strutturale che affonda le radici in un modello produttivo che ha fatto largo uso dei PFAS dagli anni ’50 ad oggi. Queste sostanze, utilizzate per rendere impermeabili tessuti, antiaderenti le padelle, resistenti al calore le schiume antincendio, hanno colonizzato il pianeta. Oggi, tracce di PFAS si trovano nei ghiacci dell’Artico, negli oceani, nel sangue delle foche, degli orsi polari, negli alligatori della Florida, nelle rondini del Wisconsin. E ovviamente negli esseri umani, praticamente ovunque.

I danni sono trasversali. Non è solo un problema sanitario, è un problema ecologico. Le catene alimentari vengono alterate, le specie più sensibili soccombono, mentre quelle più resistenti proliferano in modo anomalo, creando squilibri profondi negli ecosistemi. E il tutto si riverbera, inevitabilmente, sulla salute delle persone.
Ma se guardiamo all’Italia, il quadro non è affatto più rassicurante. Anzi. È sufficiente digitare “PFAS Italia” per rendersi conto che il nostro Paese è già da anni dentro questa crisi, anche se con meno clamore mediatico.
Il caso più noto è quello del Veneto, dove l’impianto chimico Miteni di Trissino, attivo dal 1964 al 2018, ha contaminato le falde acquifere di un’area vastissima. Fino a 350.000 persone sono state esposte a livelli pericolosi di PFAS. Non si tratta di un rischio ipotetico: analisi sul sangue della popolazione hanno rilevato concentrazioni altissime di queste sostanze, con impatti documentati sulla salute pubblica.
Ma il Veneto non è solo. In Piemonte, a Spinetta Marengo, la contaminazione ha raggiunto livelli che definire da record è poco: 220.000 microgrammi per litro nei terreni sotto l’impianto chimico locale, un dato che non ha eguali in Europa. E poi ci sono le acque della Lombardia, dell’Emilia-Romagna, del Lazio e persino della Puglia.
Secondo la mappa realizzata da Greenpeace nel 2024, il 79% dei campioni di acqua potabile prelevati in 235 città italiane presenta tracce di PFAS. Non c’è regione che si possa dire davvero immune. E la cosa più inquietante è che, ad oggi, l’Italia non ha ancora fissato un limite nazionale per la presenza di PFAS nell’acqua potabile. Solo dal 2026 si applicheranno i limiti previsti dalla normativa europea. E nel frattempo? Nel frattempo si beve.
E mentre le istituzioni nicchiano, le bonifiche non partono o procedono a rilento, le comunità locali restano sole. A dover fare i conti con l’acqua contaminata, con i costi dell’acqua in bottiglia, con il peso psicologico di non sapere se il latte dato ai propri figli, le verdure coltivate nell’orto o l’acqua della doccia sono un rischio per la salute.
Alla fine, il caso Saint-Louis, quello del Veneto, di Spinetta Marengo, di Lione o di Anversa, raccontano tutti la stessa storia. La storia di una società che ha dato priorità alla produzione, al profitto e alla crescita economica, senza chiedersi se tutto questo fosse compatibile con il diritto più elementare: quello di bere acqua pulita.
Quando si dice che il cambiamento climatico e la crisi ecologica sono realtà, non si parla di scenari lontani. Si parla esattamente di questo: di rubinetti chiusi, di bottiglie d’acqua caricate su carrelli fino a svuotare i supermercati, di famiglie in ansia, di bambini esposti a un veleno invisibile, di comunità che si ritrovano a combattere battaglie che, in un mondo sano, dovrebbero essere responsabilità delle istituzioni.
E allora, forse, l’unica vera domanda oggi è questa: chi pagherà il conto? Perché l’acqua è un diritto. Ma l’inquinamento, purtroppo, è già stato distribuito gratis a tutti.



