Spreco alimentare, il “caso Italia”: 7,3 miliardi buttati

Il titolo dell’indagine è quasi una provocazione: “Il caso Italia 2026”. Ma l’oggetto è concretissimo, misurabile e – soprattutto – politico nel senso più elementare del termine, perché riguarda soldi, risorse e disuguaglianze. L’Osservatorio Waste Watcher International fotografa un Paese che spreca meno di un anno fa, sì, ma continua a buttare via cibo (e denaro) in quantità incompatibili con gli obiettivi internazionali e con una società in cui la povertà alimentare non è più un’eccezione.

Il report viene presentato alla vigilia della giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare della campagna Spreco Zero: la cornice è simbolica, i numeri no.

Il dato che fa da perno è quello domestico, perché è lì che lo spreco pesa di più e perché è lì che lo scandalo è più evidente: nel 2026, in media, ogni persona in Italia butta 554 grammi di cibo a settimana, circa 79 grammi al giorno.

È un miglioramento rispetto all’anno precedente: la stima indica un calo di circa il 10% e una riduzione di 63,9 grammi settimanali pro capite rispetto al 2025. Ma l’altra faccia del miglioramento è che la massa che finisce ancora nel bidone resta enorme: oltre 7,3 miliardi di euro l’anno bruciati solo nelle case.

Se poi si smette di guardare solo alla cucina e si allarga lo sguardo alla filiera, il conto cresce e diventa un fatto di sistema: la dispersione complessiva supera 13,5 miliardi di euro. La parte domestica resta la voce dominante, ma non è l’unica: quasi 4 miliardi nella distribuzione, centinaia di milioni nell’industria, oltre un miliardo nella fase agricola. Tradotto: non è solo “educazione al frigo”, è anche logistica, promozioni, standard commerciali, scarti a monte.

Il rapporto però fa emergere un elemento che, da solo, spiega perché questa storia non può essere liquidata come moralismo da buone pratiche: lo spreco non si distribuisce in modo uniforme, e soprattutto varia molto per età. Nelle rilevazioni riprese dalle sintesi dell’indagine, i Boomers risultano i più virtuosi (circa 352 grammi a settimana), mentre la Generazione Z appare la più “sprecona” (intorno a 799 grammi), con valori alti anche per i Millennials.

By Taz – https://secure.flickr.com/photos/sporkist/126526910/, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=26750498

Questo non va letto come una colpa generazionale: è un indicatore di competenze e condizioni di vita. Non a caso, chi cura e commenta il report parla di “paradosso” italiano: spreco e insicurezza alimentare crescono insieme, soprattutto tra i più giovani.

Anche la geografia conta. Nelle sintesi circolate in questi giorni, il Nord spreca meno della media e il Sud di più, con una linea che assomiglia fin troppo alle altre mappe italiane – redditi, servizi, precarietà. E quando si scende al dettaglio dei cibi buttati, emergono gli “inermi”: frutta, verdura, pane fresco. È lo spreco tipico di chi compra per mangiare meglio e poi non riesce a organizzare tempi, conservazione, quantità.

Il punto è che lo spreco non è soltanto un problema etico o economico: è un moltiplicatore ambientale. Ogni alimento che finisce in discarica o viene disperso porta con sé terra, acqua, energia, trasporti, refrigerazione. Le stime ONU indicano che nel mondo nel 2022 sono andati sprecati circa 1,05 miliardi di tonnellate di cibo tra case, ristorazione e vendita al dettaglio, con il grosso proveniente dalle famiglie.

La FAO ricorda da anni che, se lo spreco alimentare fosse un Paese, sarebbe tra i maggiori emettitori di gas serra al mondo. In Italia, su questo, interviene anche WWF Italia con un messaggio brutalmente semplice: buttare cibo è un danno ecologico e insieme un’ingiustizia sociale, perché consuma natura senza produrre nutrimento.

E qui sta la domanda che l’indagine “Il caso Italia 2026” lascia in sospeso, più politica che statistica: come può un Paese buttare via miliardi in cibo e, nello stesso tempo, vedere crescere l’insicurezza alimentare? La risposta non è in una sola causa e non sta tutta “nelle scelte individuali”.

Sta in un intreccio: organizzazione quotidiana sempre più fragile, lavoro e tempi di vita meno governabili, filiere che spingono all’acquisto e alla sovrapproduzione, e un welfare che fatica a intercettare la povertà nuova. Lo spreco, in questo quadro, non è solo una cattiva abitudine: è un sintomo. E come tutti i sintomi, dice qualcosa di più grande del singolo gesto di buttare.

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