Tagli alla manovra: magari fosse colpa della ragioniera!

Si chiama Daria Perrotta, lavora alla Ragioneria dello Stato e da qualche settimana è diventata la nuova cattiva dei talk show economici. È accusata — con la fantasia di chi deve per forza trovare un colpevole — di essere troppo vicina al PD, troppo fredda nei numeri, troppo distante dalla “sensibilità sociale”. In pratica, la versione contabile di Crudelia De Mon, ma con il bilancio pubblico al posto dei cuccioli di dalmata.

La verità, naturalmente, è più banale e più grave. Perrotta non è una cattiva, ma l’ennesimo bersaglio utile per un governo che, davanti ai propri tagli, ha bisogno di dire che è colpa della “ragioniera”. E poco importa che quella “ragioniera” faccia semplicemente il mestiere di chi applica le decisioni politiche: scrivere i numeri che altri hanno scelto, fingendo che siano inevitabili.

La scena ha del grottesco: il governo più di destra della storia repubblicana, quello che si vanta di non arretrare davanti a nessun “buonismo sociale”, ora accusa una funzionaria di Stato di essere del PD per giustificare i propri tagli. Una contorsione mentale degna del miglior teatro dell’assurdo: tagliare come Thatcher e poi dire che è colpa di Berlinguer. Se non fosse tragico, sarebbe comico.

Le accuse di “insensibilità sociale” sono un capolavoro di ipocrisia. Come se la compassione potesse comparire in un decreto attuativo. Come se la solidarietà fosse una voce del bilancio, subito dopo “spese correnti” e “trasferimenti agli enti locali”. La stessa ironia di chi da anni taglia su sanità e istruzione, poi scopre con stupore che i cittadini si ammalano e i ragazzi emigrano.

Daria Perrotta è solo la faccia tecnica di un problema politico antico: la convinzione che i conti vengano prima delle persone. E, sia chiaro, non è una malattia di questo governo soltanto.

Negli anni, di “ragionieri senza coscienza sociale” ne abbiamo avuti di ogni colore: progressisti che tagliavano i salari “per modernizzare”, liberali che riducevano la spesa pubblica “per liberare risorse”, tecnici che facevano austerità “per salvarci dall’Europa”.

La differenza è che oggi il cinismo è diventato programma politico.
Non si giustificano più i tagli: li si rivendica, e poi, se serve, si attribuiscono al “PD occulto” che abiterebbe chissà dove nella burocrazia.

Il ministro Giorgetti, con la sua consueta calma da commercialista del destino, ha detto che “non ci si può impietosire troppo, è il mestiere”.
Appunto: il mestiere di chi pensa che l’economia sia un’equazione e non una scelta morale.
Peccato che dietro ogni decimale ci siano stipendi, bollette, vite vere. Peccato che, a furia di tagliare, il Paese non stia diventando più snello ma più fragile.

E allora sì, forse Daria Perrotta ha usato la calcolatrice. Ma il vero problema non è chi fa di conto: è chi decide su chi farlo.
Perché il rigore, quando serve solo a fare bella figura con Bruxelles o con le agenzie di rating, è la forma più elegante della crudeltà politica.

Se Diogene fosse qui, accenderebbe la lanterna nel corridoio del Ministero dell’Economia e cercherebbe non la ragioniera, ma il politico con un briciolo di pietà sociale. Ma temo che resterebbe al buio.

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