Scontri violenti in Bangladesh contro i privilegi per i posti di lavoro

Il Bangladesh si trova attualmente immerso in una crisi politica senza precedenti, scatenata da violente proteste che hanno provocato la chiusura temporanea di numerose università nel paese.

La scintilla di questo conflitto è stata l’accesa disputa riguardante l’assegnazione dei posti di lavoro nel settore pubblico, un argomento che ha suscitato forti emozioni e ha portato a scontri violenti tra manifestanti e forze dell’ordine con almeno sei morti.

La University Grants Commission del Bangladesh ha emesso un appello urgente ieri, chiedendo a tutte le università, sia pubbliche che private, di sospendere immediatamente le attività accademiche e amministrative a causa delle crescenti tensioni.

Questa decisione è stata presa in risposta alla tragica perdita di vite umane durante le proteste, che hanno visto almeno sei persone morire in scontri con la polizia.

Le dimostrazioni hanno avuto un impatto devastante sul campus della Dhaka University, un centro educativo prestigioso nel cuore della capitale, dove le lezioni sono state sospese e i dormitori sono stati chiusi a tempo indeterminato.

Secondo funzionari dell’università, la decisione è stata presa per garantire la sicurezza degli studenti e del personale, ma anche per calmare le acque in un momento di grande tensione sociale.

Le violenze hanno raggiunto l’apice mercoledì sera, quando i manifestanti hanno annunciato una “chiusura totale” nazionale per protestare contro le azioni brutali della polizia.

Asif Mahmud, uno dei principali organizzatori delle proteste, ha utilizzato i social media per dichiarare che solamente i servizi essenziali come gli ospedali sarebbero rimasti operativi durante questo periodo di protesta.

Nonostante le richieste di moderazione e le promesse di sostegno da parte dell’opposizione politica, inclusa la partecipazione attiva del Partito Nazionalista del Bangladesh, le autorità governative non hanno risposto immediatamente alle richieste dei manifestanti. La mancanza di una soluzione rapida ha alimentato ulteriori tensioni nelle strade di Dhaka e in altre città principali del Bangladesh.

Le rivendicazioni dei manifestanti si concentrano principalmente sull’abolizione di un sistema di quote che riserva fino al 30% dei posti di lavoro governativi ai familiari dei veterani della guerra d’indipendenza del Bangladesh del 1971.

Questo sistema è stato descritto come discriminatorio dagli attivisti, che chiedono un sistema di selezione basato esclusivamente sul merito per garantire l’equità e l’accesso alle opportunità di lavoro per tutti i cittadini.

Il Primo Ministro Sheikh Hasina ha difeso vigorosamente le quote martedì, lodando i veterani per il loro sacrificio e sottolineando l’importanza di onorare il loro impegno nei confronti della nazione.

Foto di dblackadder, distribuita con licenza CC BY-SA 2.0

Tuttavia, le sue dichiarazioni non hanno placato la rabbia dei manifestanti, che continuano a esigere riforme immediate e significative.

La comunità internazionale osserva con crescente preoccupazione la situazione nel Bangladesh, temendo che le tensioni possano sfociare in un conflitto più ampio e destabilizzante.

Le università rimangono chiuse mentre il paese cerca una via d’uscita da questa crisi educativa e sociale, con l’incertezza che continua a dominare il panorama politico e accademico nazionale.

Amnesty International ha condannato fermamente l’uccisione dello studente Abu Sayed e gli attacchi contro i manifestanti contro la riforma delle quote in tutto il paese. Testimoni oculari con cui Amnesty International ha parlato hanno affermato che le proteste erano del tutto pacifiche prima che individui della BCL iniziassero ad attaccarli il 15 luglio.

Hanno affermato di aver identificato membri della BCL che uscivano da più residenze universitarie della Dhaka University, in particolare le sale Surja Sen e Bijoy Ekattor, armati di verghe, bastoni e mazze, con alcuni che brandivano persino delle rivoltelle.

La descrizione della violenza contro i manifestanti è coerente con quella precedentemente documentata da Amnesty International nel 2023.

Un manifestante che è stato attaccato nel campus dell’Università di Dhaka, ha detto ad Amnesty: “Non avevamo niente in mano, avevamo solo cartelli e bandiere … Hanno iniziato a lanciarci mattoni e poi barre di ferro… Non hanno fatto distinzioni tra uomini e donne. Hanno preso a calci le donne nei loro seni, nei loro stomaci e sulle loro teste”.

Foto di Ermell, distribuita con licenza CC BY-SA 4.0 .