sabato, Dicembre 6, 2025

Scalata Mps su Mediobanca: ipotesi manipolazione mercato

La procura di Milano ha acceso un faro su una delle partite più grosse della finanza italiana degli ultimi anni: la scalata di Monte dei Paschi di Siena a Mediobanca. Sul tavolo non c’è solo un’operazione da oltre 13 miliardi di euro, ma il modo in cui in Italia si ridisegna il potere nel credito e nelle assicurazioni.

Sul registro degli indagati sono finiti tre nomi che quel potere lo incarnano: Francesco Gaetano Caltagirone, Francesco Milleri per Delfin, e l’amministratore delegato di Mps, Luigi Lovaglio, insieme alle stesse Delfin e gruppo Caltagirone come persone giuridiche.

Le ipotesi di reato sono due: aggiotaggio, cioè manipolazione del mercato, e ostacolo alle autorità di vigilanza. Tradotto: i pm sospettano che l’Offerta pubblica di scambio con cui Mps ha preso il controllo di Mediobanca non sia stata il frutto di scelte autonome e lineari, ma di un accordo preventivo tra la banca senese e i grandi azionisti privati, non dichiarato in modo trasparente al mercato e a chi dovrebbe controllarlo.

Per capire di cosa stiamo parlando bisogna fare un passo indietro. Monte dei Paschi è la banca più antica del mondo, salvata dallo Stato nel 2017 e poi progressivamente riportata sul mercato. A fine 2024 il Ministero dell’Economia vende un 15% di Mps tramite collocamento accelerato: in teoria asta aperta agli investitori istituzionali, in pratica le azioni finiscono quasi tutte nelle mani di quattro soggetti, tra cui la Delfin degli eredi Del Vecchio e il gruppo Caltagirone.

Nei mesi successivi, Mps lancia un’Ops da oltre 13 miliardi su Mediobanca e arriva a controllarla. Mediobanca, a sua volta, è il principale azionista di Generali, la più grande compagnia assicurativa italiana. Delfin e Caltagirone hanno partecipazioni rilevanti sia in Mps sia in Mediobanca sia in Generali. È questo intreccio che oggi interessa alla procura.

L’idea dei magistrati è semplice, nella sua brutalità: Mps, Delfin e Caltagirone avrebbero concertato preventivamente la grande operazione su Mediobanca, muovendosi di fatto come un blocco unico, senza dichiarare per intero la natura dell’intesa alle autorità di vigilanza e al mercato.

Se così fosse, non sarebbe solo una “strategia industriale” aggressiva, ma una forma di alterazione delle regole del gioco: dati incompleti a Bce, Consob, Ivass, informazioni parziali a chi compra e vende titoli in Borsa. Per ora è un’ipotesi investigativa. Gli interessati respingono le accuse, rivendicano la piena correttezza dell’operato e promettono collaborazione con la magistratura. Ma basta lo schema per capire che non stiamo parlando di un tecnicismo.

Dentro questa storia la figura di Caltagirone conta più di un nome nell’elenco. È da decenni uno dei baricentri del capitalismo italiano. Nato nel 1943, ingegnere, costruisce la sua fortuna sul cemento e sull’edilizia romana, poi allarga il gruppo: grandi lavori, cemento, immobiliare, finanza, editoria. Controlla Caltagirone spa, Cementir, Vianini, un gruppo editoriale con quotidiani come Il Messaggero, Il Mattino, Il Gazzettino, il Corriere Adriatico. Da anni siede o ha seduto nei consigli delle principali partecipate pubbliche e private: Acea, Generali, Mediobanca, Monte dei Paschi. Oggi è stabilmente nella top ten degli uomini più ricchi d’Italia secondo Forbes, con un patrimonio personale stimato attorno agli otto miliardi di dollari.

Una sorta di “ottavo re di Roma”, rinominato da Dagospia con felice intuizione “Caltariccone”, soprannome che dice in una parola il suo profilo: uno che tiene insieme mattone, finanza, giornali e rapporti con la politica. Già in passato è passato per aule giudiziarie in operazioni di alta finanza, come la tentata scalata Unipol a Bnl negli anni Duemila: condanna in primo grado, poi assoluzione definitiva perché “il fatto non sussiste”. Il profilo è quello del grande giocatore di lungo periodo, non del trader improvvisato.

Francesco Gaetano Caltagirone a sinistra – By Quirinale.it, Attribution, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=7430278

Negli ultimi anni, il centro del suo interesse si è spostato sempre di più sulla triade Mediobanca–Generali–Mps: quote crescenti nel Leone di Trieste, ruolo di azionista di peso in Mediobanca, ritorno nel capitale di Mps quando lo Stato ha iniziato a scendere.

In tandem con Delfin, Caltagirone ha già provato a cambiare gli equilibri al vertice di Generali, senza riuscirci. La scalata di Mps a Mediobanca è stata letta da molti come il nuovo modo di giocare la stessa partita: se controlli Mediobanca, controlli il baricentro del sistema e soprattutto il primo azionista di Generali. L’inchiesta milanese si infila dentro questa storia lunga, non nasce dal nulla.

La prima questione è la concentrazione di potere economico. Nella vicenda Mps–Mediobanca–Generali lo Stato entra in campo non solo come regolatore, ma come azionista che decide a chi vendere pezzi di banca pubblica e con chi allearsi per ridisegnare il settore. L’operazione con cui il Tesoro colloca il 15% di Mps è formalmente di mercato, ma sostanzialmente selettiva: restringe la platea a pochi soggetti molto forti e mette nelle loro mani la leva decisiva per la mossa successiva.

Se poi quella mossa, secondo la procura, si trasforma in un’Ops preparata in concerto senza piena trasparenza, il quadro si completa: le grandi scelte sul credito e sulle assicurazioni che condizionano la vita di milioni di persone vengono prese in un circuito chiuso tra governo, grandi investitori e vertici bancari.

La seconda questione è la simmetria delle regole. Per un piccolo risparmiatore basta una firma sbagliata su un modulo per trovarsi fuori da un rimborso o dentro un prodotto che non capisce. Per chi chiede il reddito di cittadinanza, ogni variazione non comunicata scatena controlli e sospensioni. Qui, invece, si discute se una serie di informazioni su accordi tra grandi soci siano state fornite in modo completo o no a Bce, Consob, Ivass.

Non è un dettaglio burocratico: dice quanto sia pesato il principio di trasparenza quando si trattava di un’operazione da decine di miliardi e quanto sia rigido lo stesso sistema con chi sta in basso. Non è populismo “banche cattive, poveri buoni”, è una fotografia di asimmetria nei rapporti di forza.

La terza questione riguarda gli effetti sociali indiretti. Le grandi operazioni di questo tipo vengono spesso raccontate come neutre o addirittura salvifiche: sinergie, efficienze, rafforzamento del sistema, nascita di un “campione nazionale”. Ma ogni riassetto di potere nelle banche ha ricadute concrete su dove va il credito, su chi viene finanziato, su quali territori sono considerati centrali e quali periferici, su come vengono trattati lavoratori e lavoratrici del settore.

Quando la governance ruota attorno a pochissimi gruppi privati ultra-capitalizzati, con forte aggancio politico, la priorità diventa la massimizzazione del valore per quell’asse, non la coerenza con obiettivi di sviluppo equo, di transizione giusta, di riduzione delle disuguaglianze territoriali.

Cosa racconta questa vicenda del modo in cui viene governata l’economia italiana? La risposta, provvisoria, è che siamo ancora dentro un capitalismo relazionale in cui gli incroci tra pochi grandi soggetti privati e lo Stato azionista contano più delle regole di trasparenza, e in cui i cittadini entrano solo come spettatori, o come portatori di rischio in caso le cose vadano male.

Se l’inchiesta milanese dimostrerà che non ci sono stati reati, la questione non sparirà. Rimarrà intero il tema di un sistema che affida i propri snodi fondamentali – banche, assicurazioni, risparmio – a un numero ristrettissimo di soggetti, e che chiama “strategia industriale” ciò che spesso è solo spostamento di potere tra tavoli sempre uguali.

Sede Mediobanca – By Boubloub – Own work, CC0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=154975656

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