Qui nella redazione di Diogene Notizie abbiamo un assunto a cui non veniamo mai meno: i fatti non si contestano. Anche se non ci piacciono. E altrettanto facciamo con i dati quando sono verificati. Perché prima li verifichiamo. Così, quando una testata prestigiosa come Il Corriere della Sera lancia la denuncia/notizia che il 60 % degli italiani non paga le tasse andiamo a controllare.
Perché finché sono gli editoriali discutibili di Galli Della Loggia o di altri possono non piacerci ma rientrano a pieno titolo nel diritto di opinione. Quando invece si prendono in giro i lettori con finalità politiche esplicite, allora il gioco si fa duro e noi entriamo in gioco. Con l’intelligenza artificiale innanzitutto, che riduce di molto le possibilità di mistificazione di giornali e giornalisti, che forse proprio per questo la temono, ancor più che per i tagli all’occupazione professionale…
Il metodo, passo dopo passo
Primo passo: partire dalle fonti pubbliche
Abbiamo scaricato l’ultima banca-dati Irpef del Dipartimento Finanze (anno d’imposta 2023) e i più recenti rapporti ISTAT su demografia, povertà ed economia sommersa. Questi dataset non sono opinioni: sono tabelle ufficiali su cui ogni redazione può — e dovrebbe — lavorare.
Secondo passo: distinguere contribuenti da popolazione generale
Il Corriere fa un primo scarto logico: usa l’intera popolazione (poco meno di 59 milioni di residenti) come denominatore invece dei soli contribuenti. Se restiamo ai numeri fiscali, i “faccia a faccia” col Fisco sono 42 milioni: 32,4 milioni pagano un’Irpef positiva, 9,7 milioni dichiarano imposta netta zero grazie alle detrazioni. Quel 9,7 non è il 60 % di nulla: è il 23 % dei dichiaranti e il 16 % degli abitanti.
Terzo passo: rilevare chi è esentato per legge
Fuori da qualunque dichiarazione troviamo 16-17 milioni di persone. Il grosso sono minorenni (7,8 milioni) o inattivi poveri: pensionati con assegni sotto gli 8 500 euro l’anno, studenti, disoccupati senza sussidi. Sommando loro e i 9,7 milioni di incapienti si arriva a circa 23 milioni di individui — poco meno del 40 % della popolazione — che non versano Irpef non perché “furbi”, ma perché o non hanno reddito o la legge li esonera.
Quarto passo: fare i conti con la povertà reale
Dentro quel 40 % ci sono 5,6 milioni di italiani in povertà assoluta, certificati dall’ISTAT: persone che non coprono nemmeno il paniere di beni essenziali, figuriamoci un’imposta progressiva. Trasformarli in “parassiti” equivale a colpevolizzare la vittima della crisi.
Quinto passo: isolare l’area grigia dell’evasione
L’economia sommersa è un problema serio, ma ha un ordine di grandezza preciso: circa 3 milioni di unità di lavoro irregolari e 170 miliardi di valore aggiunto non osservato. Se anche sovrapponessimo tutti questi lavoratori ai non-dichiaranti, resterebbe fuori al massimo un 5-7 % di italiani che “non pagano” perché occultano reddito, non certo il 60 %.
Perché il 60 % è un’arma di distrazione di massa
La cifra sparata negli editoriali amalgama tre gruppi incompatibili: bambini e ragazzi; poveri e pensionati minimi; evasori fiscali veri. Così il dibattito slitta: non si discute più di evasione strutturale, di salari bassi o di come riformare la progressività, ma si scarica la colpa del debito pubblico su chi già stenta a pagare l’affitto.
Il risultato comunicativo è devastante. Da un lato si legittima l’idea che i poveri siano “mantenuti” dai redditi medio-alti, dall’altro si offre una comoda copertura retorica a chi evade sul serio. È un attacco violento e vergognoso contro la parte più fragile del Paese, quella che le nostre pagine raccontano ogni giorno: famiglie che vivono con 600 euro, lavoratori a chiamata, anziani soli che rinunciano alle cure.
I fatti, non le fantasie
Meno di un italiano su quattro non versa Irpef perché incapiente.
L’evasione “probabile” riguarda al massimo 3-4 milioni di persone.
Il 60 % è un artificio retorico che somma mele, pere e fantasmi.
Se la politica vuole davvero salvare i conti pubblici, deve colpire il nero dove si annida — non demonizzare chi non arriva a fine mese — e ridare progressività a un sistema in cui il 40 % del gettito è ormai flat tax mascherata. Noi di Diogene Notizie continueremo a ricordarlo, dati alla mano, ogni volta che il populismo fiscale proverà a rovesciare la realtà sui più deboli.
Dopo la foto dell’articolo sul Corriere trovate lo sviluppo matematico del ragionamento e dei dati sottoposti all’analisi dell’IA

Il numero «60 % di italiani che non paga le tasse» nasce dentro i report del Centro Studi Itinerari Previdenziali, rilanciato negli editoriali di Alberto Brambilla sul Corriere della Sera e in altre testate. Il dato non proviene da un archivio ufficiale del Ministero dell’Economia (MEF), ma da una riclassificazione interna dei dati Irpef con un forte peso di assunzioni e arrotondamenti.
La costruzione è questa. Primo passaggio: si prende come denominatore l’intera popolazione residente (circa 59 milioni) anziché i soli contribuenti. Così si contano già, tra i “non paganti”, minori, studenti, disoccupati, casalinghe e persone fuori dal mercato del lavoro. Secondo: fra i 42–43 milioni di soggetti che presentano la dichiarazione dei redditi, si separano quelli con «imposta netta pari a zero» – poco più di 9 milioni nel 2023 secondo il MEF – e li si sommano ai non-dichiaranti. Arriviamo a circa 27 milioni, cioè al 45 % della popolazione.
Terzo passaggio: si considerano virtualmente «non paganti» anche i contribuenti che dichiarano meno di 15 mila euro lordi l’anno. Questi versano un’Irpef molto bassa (in media sotto i 400 euro), ritenuta insufficiente a “coprire” il costo pro-capite dei servizi pubblici; sono circa 17 milioni di persone. Sommando questo blocco ai precedenti, si sfiora quota 50 milioni di residenti. A quel punto l’autore arrotonda e sintetizza in forma sloganistica: «il 60 % degli italiani non paga le tasse».
La formula è efficace dal punto di vista comunicativo ma fuorviante sotto due profili. Primo, riduce l’intero prelievo al solo Irpef: anche chi rientra nelle fasce esenti o quasi esenti paga Iva, accise, tributi comunali, bollo auto, canone rifiuti, ecc. Dire che “non versa tasse” è quindi un’iperbole. Secondo, include categorie che, per definizione, non possono sostenere imposte sul reddito – minorenni, studenti, pensionati minimi, caregiver – e attribuisce loro un’evocativa etichetta di evasione che nei dati non c’è.
Se si guarda alle sole dichiarazioni Irpef diffuse dal Dipartimento Finanze, il quadro è meno drammatico: nel periodo d’imposta 2023 poco più di 9 milioni di contribuenti (circa il 21 % dei dichiaranti) hanno imposta netta zero, mentre nel 2020 erano 10,4 milioni; se si includono i bonus che azzerano l’imposta, i “non versanti di Irpef” salgono a 12,8 milioni, lontani comunque dal 60 % della popolazione.
Che il peso del prelievo gravi su una minoranza è comunque confermato da altre letture indipendenti. Pagella Politica, rielaborando gli stessi open-data del MEF, mostra che circa il 70 % dei contribuenti si fa carico di meno del 20 % dell’Irpef totale – segno di forte concentrazione del gettito – ma non sostiene affatto che sei italiani su dieci non versino nulla.
In sintesi, quindi, il “60 %” è il risultato di un salto logico: somma popolazione non obbligata alla dichiarazione, contribuenti che effettivamente non versano Irpef e contribuenti a basso reddito con imposta ridotta, poi traduce il totale in uno slogan che fa pensare a un Paese di evasori perfetti. I dati ufficiali mostrano invece un panorama più sfumato: meno di un quarto dei dichiaranti non paga Irpef, mentre la disuguaglianza fiscale dipende soprattutto da come il gettito Irpef (progressivo) si concentri su fasce di reddito relativamente piccole, e da quanto prelievo ormai viaggi su imposte proporzionali o sostitutive.
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Quando si cerca di misurare quanti italiani «non pagano le tasse» è indispensabile separare gli incapienti – cioè chi, per legge, è sotto la soglia d’imposta – da chi tiene il reddito nascosto.
- Il perimetro fiscale: al 1° gennaio 2024 i residenti sono poco meno di 59 milioni. Nel database Irpef 2022 compaiono circa 42 milioni di persone: 32,4 milioni versano un’Irpef positiva, 9,7 milioni dichiarano imposta netta zero. Ne restano quindi 16-17 milioni fuori da qualunque dichiarazione.
- Chi è fuori perché non può pagare: il gruppo più numeroso sono i minori di 15 anni, 7,77 milioni di individui. A questi si sommano i 9,7 milioni di contribuenti nella “no-tax area” (pensioni minime, part-time brevissimi, redditi agrari simbolici, ecc.). In totale fanno circa 23 milioni di persone, pari a poco meno del 40 % della popolazione: non pagano Irpef semplicemente perché la legge li esonera o perché le detrazioni cancellano l’imposta.
- Il nucleo davvero povero: dentro quel 40 % vive il nucleo duro della povertà assoluta, 5,6 milioni di individui nel 2022. Sono cittadini che non arrivano a un paniere di beni essenziali e, di fatto, non avrebbero alcuna base imponibile nemmeno in assenza di detrazioni.
- L’area grigia dell’evasione: secondo l’ultimo report Istat sull’economia non osservata, le unità di lavoro irregolari sono 2 milioni 986 mila. Se le sovrapponiamo agli adulti che non compaiono in dichiarazione, otteniamo un bacino di tre-quattro milioni di persone potenzialmente in grado di produrre redditi occulti. È qui che si annida la parte più consistente dell’evasione «di sopravvivenza» o, in alcuni casi, professionale.
- Riordinando le grandezze: circa 40 % degli italiani non versa Irpef perché minorenne, pensionato minimo, studente, disoccupato o lavoratore a reddito troppo basso; un altro 5-7 % potrebbe non versarla perché occulta redditi (lavoro nero, affitti non dichiarati, sotto-fatturazione); tutto il resto – ben oltre la metà del Paese – paga imposta, chi poco e chi molto.
Ne consegue che lo slogan del «60 % che non paga le tasse» amalgama tre mondi diversi – esonerati per legge, poveri reali ed evasori – producendo un effetto distorsivo: fa pensare a un Paese in cui sei persone su dieci non danno un euro al fisco, mentre i dati mostrano soprattutto un enorme squilibrio fra chi ha redditi così bassi da essere incapiente e una minoranza che concentra il grosso del gettito, più un’area ristretta (ma economicamente rilevante) di evasione.


