Referendum disertato: astensione record tra i precari

Alle 23 di domenica 8 giugno, prima chiusura dei seggi, l’affluenza si è fermata al 22 %: vuol dire che quasi otto italiani su dieci hanno scelto la poltrona, la spiaggia o il silenzio dell’astensione. Questa volta neppure le “regioni rosse” sono riuscite a sfondare – la Toscana, regina del voto, si è fermata al 29,9 %, mentre Calabria, Sicilia e Trentino-Alto Adige hanno oscillato tra il 16 e il 17 %

La ragione che domina su tutte è semplice: i cinque quesiti non sono percepiti come urgenti né vicini alla vita quotidiana. Già alla vigilia un sondaggio Ipsos mostrava che solo il 33 % degli elettori li considerava “molto importanti” – e appena il 28 % era “sicuro” di recarsi alle urne.

In altre parole, pur riconoscendo che i licenziamenti illegittimi o il passaggio da dieci a cinque anni per la cittadinanza toccano principi di giustizia, la maggioranza degli italiani non ha visto in quei foglietti un beneficio diretto o immediato.

A conferma, le stime di Reuters indicavano un’affluenza potenziale fra il 31 e il 39 %; la realtà è scesa di altri dieci punti, segno che il dubbio “serve davvero?” ha prevalso sul dovere civico.

Licenziamenti, contratti a termine, indennità: materie tecniche, difficili da tradurre in slogan. I talk‐show le hanno trattate di rado; molti media, denuncia il costituzionalista Michele Ainis, “tacciono o confondono le idee”. Senza un simbolo forte (l’acqua pubblica del 2011, l’energia nucleare del 2011, ecc.), la partecipazione precipita.

Il vero nodo, però, sta a monte: un astensionismo di lungo periodo che chiede una “rieducazione democratica”. Caritas Italiana e FOCSIV, davanti ai dati calanti, hanno organizzato webinar e kit formativi per “informare e informarsi”, ricordando che il voto è servizio al bene comune.

Nelle stesse settimane, portali come Tecnica della Scuola richiamavano i docenti all’educazione civica, invitando gli studenti maggiorenni alle urne “contro la cultura del divano”.

L’obiettivo? Ricostruire le competenze minime: sapere che cosa si vota, perché lo si vota e quali conseguenze produce l’astensione. Solo così il referendum – strumento nobile della Costituzione repubblicana – potrà tornare ad avere un futuro.

Gli altri fattori (in breve)
Quorum disincentivante e invito ufficiale all’astensione da parte del governo Meloni

Media visibility quasi zero e campagna di informazione partita tardi

Niente “election day” trainante: solo 13 comuni al ballottaggio

Astensionismo strutturale che da anni affligge politiche ed europee

Strategia del «non voto»: restare sotto il 50 % basta a bloccare qualunque cambiamento

Ci si sarebbe aspettato che i primi a cogliere l’occasione del referendum fossero proprio i lavoratori con contratti fragili: in Italia i dipendenti a termine sfiorano oggi i 2,8 milioni e rappresentano oltre il 12 % degli occupati.

Eppure, mentre i seggi rimanevano deserti, proprio questa platea ha preferito l’astensione. Il motivo non è univoco, ma intreccia almeno quattro fattori che si alimentano a vicenda.

Anzitutto, la scarsa corrispondenza fra i quesiti e il vissuto quotidiano. Le schede abrogative parlavano di reintegro dopo un licenziamento illegittimo o di tetti all’indennità: tutele pensate per chi un contratto stabile ce l’ha già. Al rider, al cameriere stagionale o al copy freelance, che si vede scadere un contratto a tre mesi senza spiegazioni, quelle norme continuerebbero a non applicarsi. Il referendum sembrava dunque parlare a “un altro” segmento di lavoratori.

C’è poi la logistica intermittente di chi vive di lavori brevi: cambiare città ogni stagione significa trovarsi spesso lontano dal proprio comune di residenza, e in assenza di voto per corrispondenza l’esercizio del diritto diventa un costo di tempo e denaro. A ciò si aggiunge una sfiducia strutturale negli intermediari: secondo un sondaggio SWG soltanto il 24 % degli italiani dichiara di avere “molta” o “abbastanza” fiducia nei sindacati, con percentuali stabili da anni.

Quando il principale promotore del referendum è percepito come voce di chi un posto fisso lo possiede già, l’immedesimazione evapora.

Sul fondo agisce la psicologia del presente: la precarietà cronicizza una cultura del “qui e ora” in cui il calcolo di convenienza prevale. Se per settimane i sondaggi – come quello diffuso da Mannheimer a metà maggio – hanno martellato sull’idea che il quorum fosse irraggiungibile, l’attesa di un fallimento annuncia­to ha trasformato il voto in un investimento privo di ritorno.

In altre parole: perché affrontare l’ennesimo turno extra di lavoro perso, o il viaggio di rientro al paese d’origine, se «tanto non cambierà nulla»?

Il risultato è un cortocircuito perfetto. Proprio coloro che avrebbero più da guadagnare da un cambiamento delle regole sul lavoro — o che almeno così sembrava nelle intenzioni dei promotori — non hanno riconosciuto nelle urne un mezzo efficace per difendere i propri diritti.

Finché i testi dei quesiti resteranno scritti in un linguaggio distante, finché il voto non sarà facilitato per chi vive di mobilità continua e finché non verrà ricostruita una catena minima di fiducia fra rappresentati e rappresentanti, la precarietà rischia di tradursi, paradossalmente, in ulteriore astensione.