Il presidente cinese e leader del partito comunista Mao Tse Tung diceva che “la rivoluzione non è un pranzo di gala”. Ora che la rivoluzione non è più all’orizzonte ci accontenteremmo almeno della colazione, che so, un cornettino e caffè, un cappuccino con i biscotti. Ma anche i rivoluzionari non ci sono più, e c’è invece chi, dopo ore di strada, di quel cornetto ha bisogno per tirare avanti lungo tutta una giornata.
E’ accaduto che il sindaco di Como, Alessandro Rapinese, ha sollevato un argomento che potrebbe benissimo essere stato scritto da un comico dell’assurdo: la distribuzione delle colazioni ai senza dimora potrebbe creare assembramenti che “mettono in difficoltà i residenti”. Questo concetto, degno di una sceneggiatura grottesca, è emerso durante un consiglio comunale in cui si discuteva l’adozione del taser per la polizia.
La riflessione, avanzata dalla consigliera Patrizia Lissi (Pd) e condivisa con don Giusto Della Valle, parroco impegnato nell’accoglienza, mirava a suggerire che affrontare le cause della povertà sarebbe più efficace per garantire la sicurezza cittadina.
La risposta del sindaco Rapinese, tuttavia, è stata alquanto singolare: ha usato la figura di don Giusto come esempio di accoglienza indiscriminata e ha espresso dubbi sulla distribuzione di colazioni ai senza dimora, temendo che questo potesse creare problemi ai residenti.
È davvero bizzarro che il sindaco di una città si preoccupi tanto di non creare disagi ai residenti che da anni non ha problemi ad affrontare sfide ben più grandi, come la povertà e l’esclusione sociale.
Rapinese sembra ignorare che l’aiuto ai più vulnerabili è parte integrante del ruolo di un amministratore. Invece di cercare scuse per evitare di fare il proprio dovere, forse il sindaco dovrebbe riflettere su cosa significhi davvero essere al servizio della comunità.

Le critiche delle minoranze hanno sottolineato un punto essenziale: l’accoglienza e il servizio delle colazioni sono due cose separate e non devono essere messe in contrapposizione. La parrocchia di Rebbio, guidata da don Giusto, non è un campo di battaglia per ideologie politiche, ma un rifugio per chi è in difficoltà.
In un colpo di ironia, l’amministrazione Rapinese ha conferito l’Abbondino d’Oro alla memoria di don Roberto Malgesini, assassinato mentre portava cibo ai senza dimora, un gesto che appare quasi cinico visto il contesto attuale.
Se il sindaco desidera veramente onorare la memoria di Malgesini, dovrebbe considerare l’eredità di compassione e servizio che egli rappresentava, piuttosto che cercare pretesti per negare l’assistenza ai più bisognosi.
Va anche detto per onestà che i primi a voler porre fine alle polemiche sono stati i volontari laici e credenti impegnati nell’assitenza ai meno fortunati. Una quarantina di persone con due punti di distribuzione degli aiuti a Como, dove accolgono italiani e stranieri in difficoltà. Don Giusto, raggiunti telefonicamente dai colleghi di Avvenire, ha preferito declinare commenti.
Forse è tempo che il sindaco e l’amministrazione di Como, insieme ai sindaci e alle amministrazioni di tutta Italia, riflettano profondamente su cosa significhi realmente guidare una città con dignità e umanità, piuttosto che limitarsi ad affrontare problemi con soluzioni e affermazioni superficiali, degne più dell’ultimo giro di grappini al bar tra amici che di funzionari pubblici.


