Prove per una storia giusta in tre giorni

di Alessandro Ghebreigziabiher

Secondo l’Oxfam, metà dei paesi poveri nel mondo ha tagliato la spesa sanitaria, oltre ad aver fatto lo stesso con l’istruzione e l’alimentazione, mettendo a rischio la sopravvivenza di milioni di persone, soprattutto bambini. Il tutto in buona parte a causa dell’aumento degli interessi sul debito da loro detenuto da parte delle nazioni più ricche come Stati Uniti, Regno Unito, Cina, Francia e Germania e dai maggiori istituti finanziari.

C’erano una volta l’uomo bianco e quello nero… e no, dài, non va bene, perché così dicono che si sentono sempre accusati, che quelli si lamentano, ma che colpa ne ho io, pure qui abbiamo i nostri problemi, prima il Covid e poi pure il caro bollette, non possiamo accogliere tutti, ognuno a casa propria, a noi e anche peggio, visto che ora siamo al potere quasi ovunque, cribbio.
Okay, ci riprovo: c’erano una una volta i paesi ricchi e quelli poveri dove… ma no, non si può neppure così, che poi uno dice che non si deve mica vergognare di avere fatto o addirittura ereditato la grana, non è mica una colpa. Che poi si fa presto a dire grana, con tutte queste tasse – anche se le pagano sempre gli stessi e non sono loro, ma mica siamo tutti con il portafogli a fisarmonica, e di nuovo non possiamo accogliere tutti, me ne frego, sparare a vista, il mare è nostro tranne i cadaveri, punto e a capo.
D’accordo, altro tentativo: c’erano una volta le nazioni ex o neo colonialiste e le ex o nuove colonie a sud del mondo in cui… ma no, neppure questa va bene, perché poi ti dicono che ognuno è padrone del suo destino e non si possono sempre incolpare gli altri per ogni cosa, anche se vale pure il viceversa e qui nessuno ancora si è scusato. Solo che un attimo dopo ti guardi in giro e ti rendi conto che se non è successo prima figuriamoci ora, e allora per la terza volta non possiamo accogliere tutti, tranne Dio, patria, famiglia e buoi dei paesi miei, e basta.
Va bene, ho afferrato il concetto. Desidero davvero raccontare una storia giusta. Nel senso che renda giustizia ai protagonisti, più di ogni altra cosa. Chiara e semplice, e che non possa essere fraintesa o manipolata: c’erano una volta una madre e un figlio.
Il primo giorno, al mattino, il bambino si avvicina alla donna e le domanda: “Mamma, oggi andiamo a scuola?”
La madre lo guarda con un misto di rabbia e dolore, ma è costretta a dargli in pasto se non altro la cruda verità, la quale non manca mai tra loro: “No, figlio mio.”
“Perché?”
“Perché lo straniero che sai, il quale è venuto qui per derubarci – per poi prestarci quei pochi spiccioli del denaro guadagnato con le ricchezze della nostra terra – non solo ha aumentato gli interessi su quella miseria ma ha anche preteso di riaverli in anticipo.”
Il piccolo abbassa il capo e tristemente riflette sulla risposta.
Il secondo giorno, nell’unico momento di quest’ultimo in cui il nostro spera che accada il miracolo, si avvicina alla madre e fa: “Mamma, oggi che si mangia?”
La donna, ulteriormente amareggiata, gli risponde: “Niente, figlio mio.”
“Perché?” chiede quest’ultimo come se non fosse una situazione abituale.
“Perché lo straniero che continua ad abbuffarsi con le nostre ricchezze è preoccupato per l’inverno in arrivo, di spendere più del solito per il carburante per la sua auto e di essere costretto a ridurre le ore di calore nella propria casa.”
Il ragazzino osserva il volto della donna e cupamente riflette sulla spiegazione.
Il terzo e ultimo giorno, il figlio si ammala, ha la febbre alta e stavolta è la madre ad avvicinarsi a lui. Lo accarezza e lo osserva con gli occhi inevitabilmente umidi di pianto.
“Mamma” fa il bambino. “Non mi dai la medicina?” Come se fosse roba normale, già, ovvero come lo è nel fantastico regno chiamato altrove.
“Non posso”, risponde la donna.
“Perché?” chiede il figlio con lo stupore di chi si ostina a non comprendere le diseguaglianze del cuore e dell’umana coscienza, più che del mondo. La donna gli ha promesso verità e anche stavolta, malgrado con immane sforzo, tiene fede alla parola data: “Perché lo straniero sa perfettamente che continuando con il suo atteggiamento finirai per morire, ma non si fermerà.”
“Perché?” Insiste il bambino, come se fosse l’ingenua quanto nobile incredulità a parlare per lui.
“Perché nella sua immaginazione tu e io siamo solo dei numeri. L’uno e il meno uno che si azzerano nella somma finale. Noi siamo solo cifre, siamo le virgole e il segno percentuale, noi siamo sbuffi di inchiostro trascurabile, affinché il bottino resti in attivo al momento dell’incasso.”
“Perché…?” ripete ancora il figlio e potrebbe continuare all’infinito, ma la donna sa che non è lei che dovrebbe garantirgli una risposta. Lei è solo la madre, lei è tutto ciò che può dargli e lo abbraccia stretto al petto, cercando di educarlo, sfamarlo e curarlo con quel poco di calore che le resta nel corpo.
Il bambino si addormenta e ora è lei a far sua la bruciante domanda, volgendo il capo vero l’altrove di cui sopra.
Perché…

di Alessandro Ghebreigziabiher dal suo blog Storie e Notizie

by Koshyk