Da un lato, i super-ricchi che accumulano ricchezza a un ritmo che sfida qualunque logica. Dall’altro, il più alto numero mai registrato di persone che sopravvivono con meno di 8,30 dollari al giorno. È questo il quadro spietato che emerge dal nuovo rapporto di Oxfam, diffuso in vista della Quarta Conferenza internazionale sul Finanziamento per lo Sviluppo, che si aprirà il 30 giugno a Siviglia con la partecipazione di oltre 190 Paesi.
I numeri sono tanto semplici quanto devastanti. Negli ultimi dieci anni, il patrimonio dell’1% più ricco della popolazione mondiale è aumentato di oltre 33.900 miliardi di dollari in termini reali. Una cifra talmente immensa che, se destinata a tale scopo, sarebbe sufficiente a sollevare 22 volte l’intera popolazione mondiale al di sopra della soglia di povertà.
Nel frattempo, però, quel denaro resta saldamente nelle mani di pochi. E la povertà globale non solo non diminuisce, ma in molti casi cresce. Il numero di persone che vivono con meno di 8,30 dollari al giorno ha raggiunto la percentuale più alta mai registrata da quando questi dati vengono monitorati. Una linea che separa due mondi sempre più distanti e che fotografa il divario abissale tra chi possiede tutto e chi non ha nulla.
La crescita della ricchezza privata non è un fenomeno recente, ma la sua accelerazione negli ultimi decenni ha assunto tratti quasi patologici. Secondo Oxfam, la concentrazione della ricchezza privata è cresciuta otto volte più velocemente rispetto a quella pubblica tra il 1995 e il 2023. Una deriva che non solo alimenta disuguaglianze, ma trasforma il potere economico in potere politico, influenzando governi, leggi e politiche pubbliche in modo sempre più sfacciato.
L’analisi di Oxfam non si limita a un esercizio statistico, ma si inserisce dentro un contesto geopolitico in piena fibrillazione. Lo spiega con chiarezza Francesco Petrelli, portavoce e policy advisor di Oxfam Italia:
“I rappresentanti dei Paesi si incontreranno a Siviglia in un momento drammatico per l’umanità. Sullo sfondo ci sono i tagli draconiani agli aiuti pubblici allo sviluppo, l’aggravarsi della crisi del debito, il moltiplicarsi delle crisi umanitarie e il sistematico indebolimento del multilateralismo, osteggiato dalle grandi potenze economiche.”
Nel frattempo, mentre i super-ricchi vedono crescere le loro fortune, i governi delle nazioni più sviluppate fanno scelte che vanno nella direzione opposta rispetto a quanto richiederebbe la situazione globale. I Paesi del G7 — che da soli rappresentano il 75% degli aiuti pubblici allo sviluppo (APS) mondiali — hanno già programmato tagli del 28% per il 2026 rispetto al 2024. Si tratta del più drastico disimpegno finanziario dagli anni Sessanta a oggi.
Le conseguenze di queste scelte sono tutt’altro che astratte. Solo per quanto riguarda l’impatto dell’HIV/AIDS nei Paesi più poveri, questi tagli potrebbero costare 2,9 milioni di vite entro il 2030. E non è che l’inizio.
A questo si aggiunge una crisi del debito che sta diventando un cappio al collo per le economie più fragili. Il 60% dei Paesi a basso reddito è oggi sull’orlo della bancarotta. Spendono per il servizio del debito più di quanto investono in scuole e ospedali pubblici. Il meccanismo è perverso e autoalimentante: la maggior parte dei debiti di questi Paesi non è più verso altri Stati o organismi multilaterali, ma verso creditori privati — banche, fondi speculativi, conglomerati finanziari — che impongono condizioni sempre più onerose e tassi da usura.

Il paradosso è tutto qui: mentre i governi arretrano, pretendendo che siano i capitali privati a risolvere i problemi del mondo, quegli stessi capitali non solo non risolvono nulla, ma si alimentano del disastro.
Petrelli è netto: “La strategia di incentivare il settore privato ha impattato negativamente sulle risorse pubbliche disponibili e non ha portato ai risultati promessi. Non è il caso di stupirsene: questi incentivi non sono mai stati accompagnati da condizionalità forti, né da regole capaci di contenere il potere dei monopoli e le rendite indebite che stanno distruggendo l’equilibrio economico mondiale.”
Tra le macerie di questa situazione collassa anche l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, quella che doveva essere il grande piano globale per uno sviluppo sostenibile e più giusto. Secondo Oxfam, al ritmo attuale sarà raggiunto solo il 16% degli obiettivi fissati. Il resto resterà lettera morta.
Eppure le soluzioni ci sono, e sono scritte nero su bianco nel rapporto. La proposta è quella di tornare a un modello di finanziamento pubblico, con regole chiare, investimenti diretti e una tassazione efficace dei grandi patrimoni. Una tassa globale del 2% sui miliardari — suggerisce Oxfam — genererebbe 250 miliardi di dollari all’anno. Una cifra sufficiente a rifinanziare sanità, istruzione, transizione ecologica e sostegno ai più poveri.
Accanto a questo, l’organizzazione chiede che la comunità internazionale si impegni su cinque punti fondamentali:
Tassazione degli ultra-ricchi e standard globale di tassazione.
Riforma dell’architettura del debito e creazione di una convenzione ONU per affrontare la crisi.
Rilancio degli aiuti pubblici allo sviluppo, portandoli ad almeno lo 0,70% del reddito nazionale lordo, come promesso da decenni.
Sostegno alla Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sulla cooperazione fiscale internazionale.
Ritorno a un approccio pubblico nella gestione degli investimenti per lo sviluppo, abbandonando l’illusione che il settore privato possa sostituire lo Stato.
Anche l’Italia è chiamata in causa. Oggi il nostro Paese è ancora fermo allo 0,28% di aiuti pubblici allo sviluppo, meno della metà dell’impegno formale sottoscritto. E se è vero che Roma si presenterà a Siviglia con la volontà di riaffermare l’obiettivo dello 0,70%, è altrettanto vero — ammonisce Oxfam — che alle dichiarazioni devono seguire i fatti.
Perché, nel frattempo, la realtà non aspetta. Il mondo continua a dividersi tra chi accumula fortune capaci di riscrivere il destino del pianeta e chi, semplicemente, lotta ogni giorno per sopravvivere.



