La povertà non incide soltanto sulle condizioni materiali in cui si cresce. Incide sulla salute, sull’accesso ai servizi, sulla qualità della vita quotidiana e persino sulle probabilità di arrivare ai cinque anni. È il quadro richiamato da Oms Europa nel corso di un evento tenuto il 18 marzo 2026 alla Pontificia Università Lateranense, dove Chris Brown, responsabile dell’Ufficio europeo dell’Organizzazione mondiale della sanità per gli investimenti in salute e sviluppo, ha indicato con nettezza il legame tra fragilità socioeconomica e svantaggio infantile.
Secondo i dati citati nell’incontro, nella Regione europea il rischio di morire entro i cinque anni è circa doppio per i bambini che crescono nelle famiglie più fragili rispetto ai coetanei più benestanti, mentre l’accesso ai servizi per la prima infanzia risulta inferiore del 50% tra i minori provenienti dai nuclei meno abbienti.
Il punto non riguarda soltanto i paesi poveri o le aree marginali del continente. Il messaggio che emerge è più radicale: anche nelle società europee più sviluppate la disuguaglianza economica continua a produrre effetti misurabili e profondi sul benessere infantile. La condizione familiare, in altre parole, non resta sullo sfondo, ma si traduce in un fattore strutturale di salute.
È in questa cornice che il dato sulla mortalità under 5 assume un peso particolare. Un recente contributo scientifico dedicato alla mortalità infantile e adolescenziale nella Regione europea dell’Oms conferma infatti che, nei contesti con mortalità più elevata, i bambini appartenenti al quintile di ricchezza più basso hanno probabilità doppie di morire prima dei cinque anni rispetto a quelli del quintile più alto.
La distanza non si esaurisce però negli esiti più estremi. Le condizioni economiche più fragili si riflettono anche nella salute percepita da bambine e bambini e nel modo in cui viene vissuta la quotidianità scolastica. Nel corso dell’evento romano, Brown ha richiamato dati secondo cui tra le bambine provenienti da famiglie più povere la quota di chi riferisce cattiva salute raggiunge il 26%, contro il 19% registrato tra le coetanee più benestanti; tra i bambini, il divario passa dal 18% all’11%.
A questo si aggiunge il tema del bullismo, che colpisce il 31,9% delle bambine più povere contro il 28% di quelle più benestanti, e il 31,3% dei bambini più poveri contro il 26,8% dei coetanei con maggiori risorse. Non si tratta di dettagli laterali: mostrano come la vulnerabilità economica si traduca anche in una maggiore esposizione al disagio relazionale e psicologico.
Uno dei dati più significativi riguarda i servizi per l’infanzia. L’accesso all’educazione della prima infanzia, ha sottolineato Oms Europa, è inferiore del 50% tra i bambini delle famiglie meno abbienti. È un passaggio decisivo, perché la prima infanzia è il luogo in cui si formano competenze, relazioni, protezioni e possibilità future.

Ridurre la partecipazione ai servizi educativi nei primi anni non significa soltanto avere meno scuola: significa entrare più tardi e peggio nei circuiti della socializzazione, dell’apprendimento e dell’intercettazione precoce dei bisogni. La disuguaglianza, in questo senso, si sedimenta ben prima dell’adolescenza e spesso prima ancora dell’ingresso pieno nel sistema scolastico.
Alla fragilità educativa si affianca poi quella alimentare. Sempre secondo i dati richiamati nel corso dell’incontro, nelle aree più ricche d’Europa una quota compresa tra il 32% e il 74% dei bambini poveri arriva a scuola affamata, senza aver fatto colazione. È forse uno degli indicatori più immediati della povertà infantile, proprio perché traduce in un fatto quotidiano un problema che spesso viene raccontato soltanto in termini statistici.
Arrivare a scuola senza aver mangiato non significa solo avere fame: significa affrontare la giornata con minori capacità di concentrazione, minore partecipazione e maggior difficoltà nei processi di apprendimento. Anche qui, la scuola diventa il primo luogo in cui la disuguaglianza sociale si manifesta con evidenza.
Il valore politico di questi dati sta proprio nella loro chiarezza. La povertà infantile non è una cornice sociale esterna alla salute: è uno dei meccanismi che la producono. Non riguarda soltanto il reddito disponibile, ma la possibilità concreta di accedere a cure, alimentazione adeguata, ambienti educativi, protezione e relazioni sane.
Per questo il legame tra condizione economica e salute infantile non può essere letto come una semplice correlazione. È il segno di una disuguaglianza che si inscrive nel corpo e nelle traiettorie di vita fin dai primi anni.
In controluce, il quadro delineato da Oms Europa rimette al centro una questione che in Europa riemerge spesso solo nei momenti di emergenza: la povertà minorile non è un effetto collaterale della crisi sociale, ma uno dei suoi nuclei più duraturi. E proprio perché colpisce l’infanzia, produce effetti cumulativi.
Un bambino che cresce in una famiglia povera ha meno probabilità di accedere ai servizi educativi, più probabilità di arrivare a scuola affamato, maggiori rischi sul piano della salute percepita e, nei contesti più difficili, anche minori possibilità di sopravvivenza nei primi anni di vita. La disuguaglianza, insomma, non arriva dopo: comincia subito.



