La difterite era già stata archiviata come un incubo del passato. E invece eccola: di nuovo nei reparti, di nuovo nelle gole dei bambini che finiscono senza ossigeno, in ospedali sovraffollati, in un Paese dove la gravità dell’infanzia è privata di strumenti di sopravvivenza. In Somalia i numeri parlano chiaro: oltre 1.600 casi e 87 morti registrati nel 2025 — quasi il doppio rispetto all’anno precedente.
Questo ritorno di una malattia prevenibile ha un volto: quello della povertà estrema, delle vaccinazioni interrotte, delle strutture sanitarie fragili e dei fondi scomparsi. In un Paese logorato dalla guerra, dove le cliniche mobili chiudono e gli aiuti esterni calano, l’immunizzazione non è più prioritaria — e i bambini pagano con la vita.
La difterite non è una new entry nelle malattie infettive: ma il suo ritiro sembrava definitivo grazie ai vaccini di massa. Ora le coperture vacillano, la sorveglianza si spezza, e nei luoghi in conflitto o in crisi l’agenda sanitaria si frammenta. La Regione africana della World Health Organization ha indicato diversi paesi, Somalia compresa, come “altamente vulnerabili” a nuovi focolai.
La causa principale? Le vaccinazioni di massa che non raggiungono tutti. In Somalia, nonostante alcuni progressi nel sistema immunitario, centinaia di migliaia di bambini restano senza protezione. Ma c’è di più: i tagli agli aiuti internazionali e la chiusura di centinaia di cliniche mobili hanno lasciato vuoti che diventano epidemie.

Le conseguenze sono immediate e devastanti. Bambini che non respirano più, genitori che non sanno distinguere un’infezione da un’emergenza, ospedali che registrano morti che sembravano storia d’altri tempi. Ogni caso è un fallimento del diritto alla salute.
La malattia cresce dove il diritto viene sospeso: dove la mamma non sa leggere i programmi vaccinali, dove una baracca senza acqua pulita e senza clinica vicina è la “normalità”. Qui la difterite non è solo un problema medico: è un problema di diritti violati. Quando l’infanzia non ha protezione, la povertà smette di essere economica e diventa culturale, strutturale.
Non basta inviare vaccini. Serve rafforzare i sistemi sanitari, garantire che una mutazione o un genitore analfabeta non trasformino la prevenzione in tragedia. Serve che la comunità internazionale, i governi locali e le organizzazioni sanitarie si assumano la responsabilità. In Somalia, il ministero parla di lancio di campagne “ma senza tempi certi”.
La Somalia è solo un caso emblematico: focolai simili sono stati segnalati anche in altri paesi poveri con conflitti e scarsa copertura vaccinale. Se guardiamo l’infanzia come priorità, non possiamo fermarci al “non peggiora”: dobbiamo puntare al “ripara”. Perché ogni bambino contagiato, ammesso e curato fuori tempo è un debito che la società accumula con se stessa.



